Il Sacro Bosco di Bomarzo: il parco dei mostri di Vicino Orsini
Orchi, draghi, sfingi e una casa pendente: storia e simboli del Sacro Bosco di Bomarzo, il giardino enigmatico voluto da Vicino Orsini nel Cinquecento.
In una valle boscosa sotto il borgo di Bomarzo, nella Tuscia viterbese, giganti di pietra lottano tra loro, un drago affronta i cani, un elefante solleva un soldato con la proboscide. Non sono statue portate da lontano: furono scolpite direttamente nei massi di peperino che affioravano dal terreno. È il Sacro Bosco, il giardino che Pier Francesco Orsini, detto Vicino, fece realizzare nella seconda metà del Cinquecento.
Un principe soldato e letterato
Vicino Orsini, nato nel 1523, combatté nelle guerre del suo tempo e conobbe anche la prigionia. Era un uomo colto, in rapporto con letterati e cardinali, e amava la poesia cavalleresca. I lavori del bosco iniziarono intorno al 1552. Il giardino fu poi legato alla memoria della moglie Giulia Farnese, morta verso il 1560, alla quale è dedicato il tempietto che domina una delle radure. Il nome dell'architetto non è documentato con certezza: talvolta si è fatto quello di Pirro Ligorio, ma l'attribuzione resta un'ipotesi.
Le figure del bosco
Il monumento più celebre è l'Orco, un volto gigantesco con la bocca spalancata che ospita una piccola stanza con un tavolo di pietra. Sul labbro superiore corre l'iscrizione «Ogni pensiero vola», forse un gioco sull'eco che rimbalza nella cavità. Poco lontano sorge la casa pendente, costruita volutamente inclinata, che disorienta chi vi entra. Ci sono poi Proteo, Pegaso, la tartaruga sormontata da una figura femminile, Cerbero, le sfingi all'ingresso.
Proprio le sfingi portano un'iscrizione che sembra una chiave di lettura: chi entra deve chiedersi se tante meraviglie «sien fatte per inganno o pur per arte». Altre iscrizioni, oggi in parte consumate, sono sparse tra le statue e i sedili, e invitano a osservare, a riflettere e a stupirsi. Il bosco parla dunque al visitatore in prima persona, come un testo poetico disteso nello spazio, in cui ogni radura aggiunge un verso.
Interpretazioni di un enigma
Gli studiosi hanno proposto molte letture. Alcuni vedono nel bosco un percorso iniziatico, dalla confusione alla saggezza; altri vi riconoscono episodi dell'Orlando furioso di Ariosto o dell'Hypnerotomachia Poliphili, il romanzo illustrato stampato a Venezia nel 1499, ricco di giardini allegorici e rovine misteriose. Altri ancora sottolineano il gusto manierista per lo stupore, la sorpresa e il paradosso, opposto alla geometria rassicurante dei giardini all'italiana.
Nessuna interpretazione esaurisce il luogo, e forse era proprio questo l'intento del committente. Le iscrizioni invitano il visitatore a sfogare il cuore e a meravigliarsi, non a trovare una soluzione unica. Le stesse lettere di Vicino Orsini che ci sono pervenute parlano del bosco come di un luogo di svago e di consolazione, senza fornire un programma esplicito. Il mistero di Bomarzo è anche il frutto del silenzio delle fonti.
Dopo secoli di abbandono, il Sacro Bosco fu riscoperto nel Novecento e attirò artisti e scrittori. Dal 1954 la famiglia Bettini ne curò il recupero, aprendolo al pubblico. Oggi resta uno dei giardini più enigmatici d'Europa, un libro di pietra scritto in una lingua che ognuno deve tradurre da sé.