Macbeth e le streghe: le Sorelle fatali tra profezia e demonologia
Le streghe di Macbeth, Giacomo I e la Daemonologie, i processi di North Berwick e le scene di Ecate: la stregoneria nella tragedia di Shakespeare.
Macbeth si apre con un tuono, un lampo e tre figure che si danno appuntamento nella brughiera. In poche righe Shakespeare introduce le streghe e il loro motto ambiguo, «Il bello è brutto e il brutto è bello», che annuncia un mondo in cui i valori si capovolgono. La tragedia, scritta con ogni probabilità intorno al 1606 e pubblicata nel First Folio del 1623, è la più cupa tra quelle dedicate al rapporto tra ambizione e soprannaturale.
Le fonti scozzesi
La vicenda deriva dalle Chronicles di Raphael Holinshed, nell'edizione del 1587, dove Macbeth e Banquo incontrano tre donne dall'abbigliamento strano e selvaggio che predicono loro il futuro. Il cronista suggerisce che fossero le dee del destino oppure ninfe o fate dotate di conoscenza profetica. Shakespeare le chiama weird sisters, dove l'antica parola inglese wyrd indicava appunto il fato: per questo in italiano si parla spesso di Sorelle fatali.
Un re che scriveva di streghe
Il contesto politico è decisivo. Dal 1603 sedeva sul trono inglese Giacomo I, già re di Scozia, che si riteneva discendente proprio di Banquo. Nel 1590 Giacomo aveva seguito di persona i processi di North Berwick, nei quali donne e uomini furono accusati di aver suscitato tempeste contro la nave che lo riportava dalla Danimarca con la sposa Anna. Nel 1597 aveva poi pubblicato la Daemonologie, un trattato in forma di dialogo contro la stregoneria.
Molti studiosi ritengono che Shakespeare abbia scritto Macbeth pensando anche al nuovo sovrano. La sfilata degli otto re discendenti di Banquo, mostrata dalle streghe nel quarto atto, sembra un omaggio diretto alla dinastia Stuart, e il tema dei venti contrari evocati dalle streghe ricorda da vicino le accuse rivolte agli imputati scozzesi.
Profezie che si avverano a metà
Le streghe non obbligano Macbeth a uccidere. Gli annunciano che sarà re, e poi lo lasciano solo con la propria ambizione e con quella di Lady Macbeth. Nel quarto atto, consultate di nuovo, mostrano apparizioni che pronunciano oracoli ingannevoli: nessun uomo nato da donna potrà nuocergli, e non sarà vinto finché la foresta di Birnam non salirà verso il colle di Dunsinane.
Ogni profezia si realizza, ma in un modo che Macbeth non aveva previsto. I soldati nemici avanzano coprendosi con i rami di Birnam, e Macduff rivela di essere stato estratto prima del tempo dal grembo della madre. È la tipica ambiguità degli oracoli antichi, che dicono il vero con parole capaci di trarre in inganno chi ascolta.
Ecate e il problema del testo
Nelle scene in cui compare Ecate, regina delle streghe, il tono cambia e si inseriscono canzoni che si ritrovano anche in The Witch di Thomas Middleton. Per questo molti filologi pensano che quelle parti siano state aggiunte in seguito, forse dallo stesso Middleton, per rendere lo spettacolo più vistoso. Il testo che leggiamo oggi, quindi, potrebbe non coincidere del tutto con quello originario di Shakespeare.
Nella tradizione teatrale inglese Macbeth ha finito per circondarsi di una superstizione tutta sua: molti attori evitano di pronunciarne il titolo dietro le quinte e parlano del «dramma scozzese». Al di là di queste usanze, l'opera resta un documento prezioso su come l'Inghilterra del primo Seicento immaginava la stregoneria, tra paura reale, interesse politico e potenza della fantasia.