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Mefistofele a teatro: da Marlowe a Goethe, da Gounod a Boito

Il diavolo tentatore sul palcoscenico: come Mefistofele passò dal libro popolare del 1587 al dramma elisabettiano, al Faust di Goethe e al melodramma.

Pochi personaggi hanno avuto sul palcoscenico una vita lunga e mutevole come Mefistofele. Il suo nome compare per la prima volta, nella forma Mephostophiles, nella Historia von D. Johann Fausten, il libro popolare pubblicato a Francoforte nel 1587 dallo stampatore Johann Spies. L'etimologia è incerta e gli studiosi ne hanno proposte diverse, dal greco all'ebraico, senza giungere a un accordo. Da quel libro il diavolo tentatore passò rapidamente in teatro, dove non lo avrebbe più lasciato.

Marlowe e il dramma elisabettiano

Il primo grande Mefistofele teatrale è quello di Christopher Marlowe, nella Tragica storia del dottor Faust, composta probabilmente tra il 1588 e il 1592 e pubblicata nel 1604. Qui il demone è una figura malinconica, che confessa di portare l'inferno con sé ovunque vada, perché l'inferno è la lontananza da Dio. Accanto a questa gravità il dramma conserva scene comiche e farsesche, eredità dei diavoli buffoni delle sacre rappresentazioni medievali.

Il testo di Marlowe contiene alcuni dei versi più famosi del teatro inglese, come la domanda rivolta allo spettro di Elena: «Era questo il volto che varò mille navi?». Le cronache del tempo riportano anche leggende sulle rappresentazioni, secondo cui sarebbe apparso in scena un diavolo in più del previsto. Sono racconti da leggere come testimonianza della paura che il soggetto suscitava, non come fatti accertati.

Dai burattini a Goethe

Nei secoli successivi la storia di Faust sopravvisse soprattutto nei teatri di marionette e nelle compagnie girovaghe tedesche. Johann Wolfgang von Goethe raccontò di averla conosciuta da bambino proprio in quella forma popolare. Il suo Faust, la cui prima parte uscì nel 1808 e la seconda, postuma, nel 1832, trasformò Mefistofele in un personaggio filosofico, ironico, elegante, che si presenta come lo spirito che sempre nega.

In una battuta celebre si definisce «una parte di quella forza che vuole sempre il male e opera sempre il bene». Il diavolo di Goethe non è più soltanto il nemico dell'anima, ma un elemento necessario del movimento del mondo, che spinge l'uomo a non fermarsi mai. Per la prima volta il tentatore è anche lo spettatore più lucido e disincantato della commedia umana, capace di commentare con sarcasmo le illusioni del sapiente.

Il diavolo nel melodramma

L'Ottocento musicale si impadronì del personaggio. Hector Berlioz compose La Damnation de Faust, eseguita a Parigi nel 1846; Charles Gounod presentò il suo Faust al Théâtre-Lyrique nel 1859, con un Méphistophélès brillante e mondano che divenne uno dei ruoli prediletti dei bassi. In Italia Arrigo Boito, poeta e compositore, scrisse testo e musica del Mefistofele, che alla Scala nel 1868 fu un clamoroso insuccesso.

Boito rielaborò profondamente l'opera, che nella nuova versione presentata a Bologna nel 1875 ebbe invece successo e rimase in repertorio. Il suo Mefistofele apre l'opera sfidando il cielo e fischiando in segno di scherno, ultimo erede del demone ribelle. Da Marlowe a Boito il personaggio cambia volto, ma resta il simbolo di una domanda costante: quale prezzo l'uomo è disposto a pagare per oltrepassare i limiti della propria condizione.

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