Commedia dell'arte e maschere: Arlecchino, Pulcinella e i loro antenati
Dal contratto di Padova del 1545 alle compagnie dei Gelosi: storia delle maschere italiane e delle radici folkloriche e infere di Arlecchino e Pulcinella.
Il 25 febbraio 1545 a Padova un gruppo di attori guidato da un certo Ser Maffio firmò davanti a un notaio un contratto con cui si impegnava a recitare insieme per un anno, dividendo i guadagni. È il più antico documento noto di una compagnia professionale di attori italiani, e viene considerato l'atto di nascita della commedia dell'arte, il teatro di maschere e improvvisazione che per due secoli avrebbe girato le corti e le piazze d'Europa.
Un teatro di professionisti
L'espressione commedia dell'arte si affermò più tardi, nel Settecento; all'epoca si parlava di commedia all'improvviso o commedia degli zanni. Gli attori non recitavano un copione scritto, ma seguivano un canovaccio, una traccia della trama appesa dietro le quinte, e riempivano le scene con battute e lazzi, cioè numeri comici collaudati. Tra le compagnie più celebri vi furono i Gelosi, in cui brillò l'attrice e poetessa Isabella Andreini, morta a Lione nel 1604.
I personaggi erano fissi e riconoscibili. Pantalone, il vecchio mercante veneziano; il Dottore, pedante bolognese; il Capitano, spaccone e vigliacco; gli innamorati, senza maschera; e i servi, gli zanni, tra cui Brighella e Arlecchino. Ogni attore interpretava spesso per tutta la vita lo stesso tipo, perfezionandone gesti, dialetto e repertorio. Le compagnie italiane furono accolte con favore a Parigi, a Madrid e a Vienna, e a Parigi nacque una vera Comédie-Italienne stabile.
Arlecchino e la caccia selvaggia
Il nome di Arlecchino ha una storia sorprendente. Già nel XII secolo il cronista normanno Orderico Vitale descrive la familia Herlechini, una schiera notturna di morti in cammino, legata alla tradizione europea della caccia selvaggia. Nel francese medievale Hellequin o Herlequin indicava un demone o un capo di questa processione di anime, e il nome compare anche nei drammi e nelle feste popolari.
L'attore mantovano Tristano Martinelli, attivo a Parigi negli anni Ottanta del Cinquecento, è tradizionalmente considerato il primo ad aver dato a uno zanni il nome di Arlecchino. Il servo agile e affamato conservò qualcosa della sua ascendenza infera: la maschera nera, la natura sfuggente, la capacità di passare da un mondo all'altro con un salto. Dante, nel canto XXI dell'Inferno, aveva già dato il nome di Alichino a uno dei diavoli Malebranche.
Pulcinella e la maschera come soglia
Pulcinella, la maschera napoletana resa celebre nel Seicento dall'attore Silvio Fiorillo, veste di bianco e porta una mezza maschera nera dal naso adunco. Nella cultura popolare campana è stato spesso accostato al mondo dei morti e alle figure carnevalesche che li rappresentano, anche se queste interpretazioni simboliche vanno considerate ipotesi degli studiosi e non certezze storiche.
La maschera teatrale, del resto, ha origini antiche, dal teatro greco ai riti stagionali, e conserva l'idea di un volto che non appartiene all'attore ma a un tipo, a uno spirito, a una forza. Nel Settecento Carlo Goldoni riformò la commedia italiana sostituendo l'improvvisazione con testi scritti e riducendo l'uso delle maschere. Ma la loro forza simbolica sopravvisse nel carnevale, nel teatro di figura e nell'immaginario di pittori come Watteau e Tiepolo.