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Calvino e Il castello dei destini incrociati: raccontare con i tarocchi

I tarocchi viscontei e quelli di Marsiglia nel libro di Italo Calvino: come le figure delle carte diventano storie di Orlando, Faust, Amleto e Macbeth.

Un gruppo di viaggiatori attraversa un bosco e trova rifugio in un castello. Seduti a tavola, si accorgono di aver perso la parola. Per raccontare le proprie avventure dispongono allora sul tavolo un mazzo di tarocchi, componendo con le carte una sequenza che gli altri devono interpretare. È lo spunto del Castello dei destini incrociati, l'esperimento narrativo che Italo Calvino pubblicò tra il 1969 e il 1973.

Due mazzi, due libri

La prima parte uscì nel 1969 in un'elegante edizione di Franco Maria Ricci dedicata ai tarocchi miniati per i Visconti e gli Sforza nel Quattrocento, attribuiti in gran parte a Bonifacio Bembo e oggi divisi tra Bergamo, New York e collezioni private. Nel 1973 Einaudi pubblicò il volume completo, che aggiungeva La taverna dei destini incrociati, costruita invece sulle carte popolari dei Tarocchi di Marsiglia.

Calvino stesso spiegò, nella nota finale, che l'idea gli era venuta anche da una relazione di Paolo Fabbri sulla cartomanzia come linguaggio, presentata a un seminario tenuto a Urbino nel 1968. Lì si discuteva di come le figure delle carte potessero funzionare da segni narrativi. A Calvino non interessava il valore divinatorio dei tarocchi, ma la loro capacità di generare storie.

Una macchina combinatoria

Il libro è costruito come un gioco combinatorio. Le carte, disposte in righe e colonne, si incrociano: la stessa figura può comparire nella storia di più narratori e cambiare significato secondo la direzione in cui viene letta. Alla fine il tavolo forma un quadrato in cui tutte le storie convivono. In quegli anni Calvino frequentava l'Oulipo, il gruppo parigino che esplorava i vincoli formali della scrittura, di cui entrò a far parte nei primi anni Settanta.

Orlando, Faust e Macbeth

Dalle carte escono storie antiche e moderne. Nel Castello compaiono l'alchimista che vendette l'anima, Orlando pazzo per amore, Astolfo sulla luna e la sposa dannata; nella Taverna Calvino ripercorre le vicende di Parsifal, di Faust, di Amleto, di Lear e di Macbeth. La Papessa, il Bagatto, la Torre o il Diavolo diventano personaggi e situazioni, mentre il Mondo e la Ruota della fortuna segnano le svolte del destino.

Anche lo scrittore entra nel gioco. In un capitolo della Taverna, intitolato Anch'io cerco di dire la mia, il narratore cerca la propria storia tra le carte e riflette sul mestiere di scrivere, confrontandosi con le immagini dei pittori che hanno ritratto san Girolamo nello studio e san Giorgio contro il drago. La scrittura appare così come un continuo combinare figure già esistenti.

Le carte sottratte alla predizione

Il castello dei destini incrociati mostra un uso dei tarocchi molto diverso da quello occultista. Per Calvino il mazzo è un repertorio di immagini che la cultura europea ha caricato di significati nel corso dei secoli, e proprio per questo può diventare una macchina per narrare. Le figure delle carte, liberate dal compito di predire il futuro, restituiscono al lettore il piacere di interpretare.

Il libro ha avuto un'influenza notevole anche fuori dall'Italia, presso scrittori, semiologi e artisti interessati alla narrazione per immagini. Ha inoltre contribuito a far conoscere al grande pubblico i tarocchi viscontei, capolavori della miniatura lombarda, mostrando come un oggetto nato per il gioco possa diventare un archivio della memoria collettiva.

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