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Il Faust di Goethe: la scommessa con Mefistofele e la sete di sapere

Dal Faust storico del Cinquecento al dramma di Goethe: alchimia, l'Homunculus e il senso simbolico della scommessa tra il dottore e Mefistofele.

Johann Wolfgang von Goethe lavorò al Faust per quasi tutta la vita. Le prime scene, note come Urfaust, risalgono agli anni Settanta del Settecento; la Prima parte uscì nel 1808, mentre la Seconda fu completata poco prima della morte dell'autore e pubblicata postuma nel 1832. In questo lungo arco il vecchio racconto popolare del mago venduto al diavolo divenne una riflessione sul desiderio umano di conoscere tutto, anche ciò che sta oltre i limiti della ragione.

Dal mago storico al libro popolare

Dietro il personaggio c'è una figura reale ma sfuggente: un certo Johann Georg Faust, attivo in Germania nella prima metà del Cinquecento, ricordato dalle fonti come astrologo, chiromante e ciarlatano. Dopo la sua morte, avvenuta intorno al 1540, le voci sul suo conto si moltiplicarono. Nel 1587 l'editore Johann Spies pubblicò a Francoforte la Historia von D. Johann Fausten, un libro edificante che narrava il patto con il demonio e la dannazione finale come monito per i lettori.

Goethe conobbe la storia soprattutto attraverso il teatro delle marionette, che da generazioni la portava nelle fiere tedesche. Da giovane, durante una lunga convalescenza a Francoforte, si era inoltre avvicinato agli scritti alchemici e paracelsiani grazie all'amica pietista Susanna von Klettenberg, come racconta egli stesso in Poesia e verità. Quelle letture, tra cui l'Opus mago-cabbalisticum di Georg von Welling, lasciarono tracce evidenti nelle prime scene del dramma.

Il segno del macrocosmo e lo Spirito della Terra

Il Faust goethiano si apre in uno studio gotico pieno di libri e alambicchi. Il dottore, deluso da filosofia, giurisprudenza, medicina e teologia, si rivolge alla magia. Aprendo un libro attribuito a Nostradamus contempla il segno del macrocosmo, immagine di un universo in cui tutte le forze si intrecciano, poi evoca lo Spirito della Terra, che però lo respinge con disprezzo. È la prima, bruciante lezione: l'uomo può intuire l'armonia del cosmo, ma non possederla.

Poco dopo Faust confessa la propria lacerazione con un verso diventato proverbiale: «Due anime, ahimè, abitano nel mio petto». Una aderisce al mondo sensibile, l'altra aspira alle regioni dello spirito. Questa doppia tensione, più che il gusto del soprannaturale, è il vero motore del dramma, e ogni episodio successivo ne mette alla prova un aspetto diverso.

Una scommessa, non un semplice patto

A differenza dei libri popolari, Goethe non costruisce la vicenda su un contratto a scadenza. Il Prologo in cielo mostra il Signore che concede a Mefistofele di tentare Faust, come accade a Giobbe nella Bibbia. Sulla terra, poi, Faust stipula con il diavolo una vera scommessa: perderà l'anima solo se, appagato, dirà all'attimo «Fermati, sei così bello». Mefistofele stesso si definisce una parte di quella forza che vuole sempre il male e opera sempre il bene.

Nella Seconda parte il simbolismo ermetico si fa ancora più fitto. Wagner, l'antico assistente di Faust, crea in un'ampolla l'Homunculus, il piccolo essere artificiale di cui parlavano i testi attribuiti a Paracelso. Seguono la Notte di Valpurga classica, l'incontro con Elena di Troia e il misterioso viaggio verso le Madri, potenze primordiali dalle quali, secondo il dramma, nascono tutte le forme.

Il finale e l'Eterno Femminino

Quando Faust, ormai vecchio e cieco, pronuncia finalmente le parole fatali, lo fa immaginando un popolo libero su una terra strappata al mare. Mefistofele crede di aver vinto, ma gli angeli sottraggono l'anima e la portano in alto. L'ultimo coro afferma che «l'Eterno Femminino ci trae verso l'alto»: la salvezza non arriva dalla magia, ma da uno slancio d'amore che la supera.

Per questo il Faust è rimasto un punto di riferimento per chi studia l'esoterismo nella letteratura. Goethe utilizzò alchimia, cabala e demonologia non come dottrine da insegnare, ma come linguaggio simbolico per raccontare l'inquietudine dell'uomo moderno, sempre in bilico tra conoscenza e desiderio, tra la tentazione del potere e il bisogno di un senso più alto.

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