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Il Doctor Faustus di Marlowe: il patto di sangue e i ventiquattro anni

La tragedia elisabettiana di Christopher Marlowe: il patto firmato col sangue, Mefistofele, Elena di Troia e la dannazione del dottore di Wittenberg.

Prima di Goethe, fu un giovane drammaturgo inglese a dare al mito di Faust una forma teatrale destinata a durare. Christopher Marlowe, nato a Canterbury nel 1564 e morto a Deptford nel 1593 in una rissa dai contorni mai chiariti, scrisse The Tragical History of Doctor Faustus probabilmente tra il 1588 e il 1592. La data esatta resta discussa, così come il peso delle aggiunte di altri autori nelle versioni arrivate alla stampa.

Due testi per una tragedia

L'opera ci è giunta in due redazioni diverse, pubblicate dopo la morte dell'autore: il cosiddetto testo A, del 1604, e il testo B, del 1616, più lungo e ricco di scene comiche e spettacolari. Gli studiosi discutono ancora quale delle due sia più vicina all'originale. La fonte principale fu la traduzione inglese del libro popolare tedesco, nota come English Faust Book e firmata con le sole iniziali P.F., la cui più antica edizione superstite è del 1592.

Il contratto firmato col sangue

Faustus, dottore dell'università di Wittenberg, passa in rassegna le discipline del sapere e le scarta una dopo l'altra. Lo attraggono soltanto i libri di magia, che promettono potere, ricchezza e dominio sugli elementi. Evoca così Mefistofele, servitore di Lucifero, e accetta di cedere l'anima in cambio di ventiquattro anni di servizio. Il patto viene firmato con il sangue, che però si rapprende sulla pagina, come se il corpo stesso rifiutasse l'atto.

Subito dopo compare sul braccio di Faustus la scritta latina «Homo, fuge», un avvertimento che egli sceglie di ignorare. Mefistofele, interrogato sull'inferno, risponde con una frase memorabile: «Questo è l'inferno, né io ne sono fuori». Per Marlowe la dannazione non è soltanto un luogo, ma una condizione interiore, la lontananza da Dio che il demonio porta sempre con sé ovunque vada.

Angeli, peccati e la visione di Elena

La tragedia conserva elementi del teatro morale medievale. Un Angelo buono e un Angelo cattivo si contendono la volontà del protagonista, mentre Lucifero gli offre lo spettacolo dei Sette peccati capitali, personificati e grotteschi. Il potere acquistato, intanto, si rivela deludente: Faustus lo spende in burle ai danni del papa, in esibizioni davanti all'imperatore Carlo V e in trucchi da prestigiatore per divertire i suoi ospiti.

Il momento più celebre arriva verso la fine, quando il mago chiede di vedere Elena di Troia. Davanti alla sua apparizione pronuncia il verso «È questo il volto che varò mille navi?». La bellezza evocata, tuttavia, è un'illusione demoniaca, e l'abbraccio con lo spettro, che egli spera lo renda immortale, sigilla in realtà la sua rovina definitiva.

L'ultima ora

Il monologo finale è tra le pagine più intense del teatro elisabettiano. Faustus, solo, conta le ore che lo separano dalla mezzanotte, implora il tempo di fermarsi, vorrebbe dissolversi in piccole gocce d'acqua pur di sfuggire al giudizio. Alla fine i diavoli lo trascinano via. La sua ultima promessa, «brucerò i miei libri», arriva quando ormai non può più cambiare nulla.

Il Doctor Faustus nacque in un'Inghilterra affascinata e insieme spaventata dalla magia, la stessa in cui operava John Dee. Marlowe ne fece il ritratto di un intellettuale rinascimentale che vuole superare i limiti umani e scopre, troppo tardi, il prezzo di quell'ambizione. Goethe, più di due secoli dopo, avrebbe dato alla stessa domanda una risposta molto diversa, aperta alla possibilità della salvezza.

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