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Dante e il simbolismo: numeri, allegorie e letture esoteriche del poema

Il numero tre, i quattro sensi della scrittura, il Veltro e il «cinquecento diece e cinque»: la Divina Commedia letta attraverso i suoi simboli.

Pochi testi sono stati interrogati quanto la Divina Commedia. Dante Alighieri la compose in esilio, a partire dai primi anni del Trecento, e la terminò poco prima di morire a Ravenna nel 1321. Il poema stesso invita a cercare significati nascosti: nel nono canto dell'Inferno il poeta si rivolge a chi ha «li 'ntelletti sani» perché osservi la dottrina celata «sotto 'l velame de li versi strani».

I quattro sensi della scrittura

Nel Convivio Dante spiega che un testo può essere letto secondo quattro sensi: letterale, allegorico, morale e anagogico. È un metodo che la teologia medievale applicava alla Bibbia e che il poeta estende alla poesia. L'Epistola a Cangrande della Scala, la cui attribuzione a Dante è però discussa, applica lo stesso schema alla Commedia, indicando come soggetto letterale lo stato delle anime dopo la morte e come soggetto allegorico l'uomo che, con il libero arbitrio, merita premio o pena.

In questa prospettiva la selva oscura, le tre fiere e il colle illuminato dal sole non sono semplici scenari. Rappresentano lo smarrimento morale, i vizi che ostacolano il cammino e la meta della salvezza. Ogni personaggio, da Virgilio a Beatrice, può essere letto anche come figura di una facoltà dell'anima o di una virtù che accompagna il pellegrino.

L'architettura dei numeri

La struttura del poema è governata dal tre, numero della Trinità. Tre sono le cantiche, ciascuna di trentatré canti; con il canto introduttivo si arriva a cento, numero considerato perfetto. La terzina a rima incatenata, inventata da Dante, lega ogni strofa alla successiva come gli anelli di una catena. Il nove, quadrato del tre, scandisce i cerchi infernali e i cieli del Paradiso, e nella Vita nuova era già legato alla figura di Beatrice.

Anche le parole finali seguono un disegno preciso: tutte e tre le cantiche si chiudono con la parola «stelle». L'ultimo verso del Paradiso nomina «l'amor che move il sole e l'altre stelle», riportando l'intero viaggio a un principio cosmico unico. Il cammino del pellegrino, partito da una selva senza luce, termina così nella contemplazione dell'ordine che regge l'universo.

Profezie enigmatiche

Dante inserisce nel poema due profezie volutamente oscure. Nel primo canto Virgilio annuncia il Veltro, un cane da caccia che ricaccerà la lupa nell'inferno; nel trentatreesimo del Purgatorio Beatrice parla di «un cinquecento diece e cinque», messo di Dio destinato a uccidere la ladra e il gigante. Le cifre romane DXV sono state lette come anagramma di DUX, un condottiero, ma l'identità del personaggio non è mai stata chiarita.

Per il Veltro i commentatori, a partire dal Trecento, hanno proposto Cangrande della Scala, un imperatore, un papa riformatore o lo stesso Cristo alla fine dei tempi. La pluralità delle ipotesi dimostra quanto Dante abbia saputo creare simboli aperti, capaci di generare interpretazioni per secoli senza che nessuna riuscisse a esaurirne il significato.

Le letture esoteriche moderne

Nell'Ottocento Gabriele Rossetti, esule abruzzese a Londra e padre del pittore Dante Gabriel, sostenne che Dante appartenesse a una setta segreta ostile al papato. Nel Novecento René Guénon pubblicò L'esoterismo di Dante (1925) e Luigi Valli Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore (1928), dove la donna amata dei poeti stilnovisti diventava il simbolo di una sapienza iniziatica.

La critica accademica ha in gran parte respinto queste tesi, ritenendole prive di prove documentarie. Esse restano però un capitolo significativo della fortuna di Dante e mostrano come la Commedia, costruita davvero su un sistema di simboli rigoroso, continui a esercitare un fascino che va ben oltre la storia letteraria e coinvolge filosofi, artisti e studiosi delle tradizioni.

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