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I giardini di Villa d'Este a Tivoli: acqua, mito e allegoria

Il cardinale Ippolito II d'Este e Pirro Ligorio crearono a Tivoli un giardino d'acque pieno di miti: Ercole, la Fontana dell'Organo, la Rometta.

A Tivoli, a poco più di trenta chilometri da Roma, il pendio sotto un antico convento benedettino fu trasformato nel Cinquecento in uno dei giardini più spettacolari d'Europa. Centinaia di getti, cascate, peschiere e fontane animano terrazze collegate da scale e viali. Ma Villa d'Este non è soltanto un trionfo dell'ingegneria idraulica: è anche un racconto mitologico disteso sulla collina, che i visitatori del tempo sapevano leggere come un testo.

Il cardinale e il suo architetto

Il committente fu Ippolito II d'Este, figlio di Alfonso I duca di Ferrara e di Lucrezia Borgia, cardinale ricchissimo e ambizioso, più volte candidato al papato. Nominato governatore di Tivoli nel 1550, decise di trasformare la residenza annessa al convento di Santa Maria Maggiore. Il progetto fu affidato all'architetto e antiquario napoletano Pirro Ligorio, profondo conoscitore delle antichità e in particolare della vicina Villa Adriana, da cui furono prelevati marmi e statue. I lavori principali si concentrarono negli anni Sessanta del secolo.

Ercole e la scelta tra vizio e virtù

La famiglia d'Este si vantava di discendere da Ercole, e il semidio è il protagonista nascosto del giardino. Il percorso principale, che sale dal basso verso il palazzo, è stato interpretato dagli storici come una rappresentazione di Ercole al bivio, il mito in cui l'eroe deve scegliere tra la via facile del piacere e quella faticosa della virtù. Le grotte di Venere e di Diana, ai lati del giardino, incarnavano rispettivamente l'amore sensuale e la castità.

Il nome stesso del cardinale evocava un altro mito: Ippolito era il giovane eroe greco devoto ad Artemide, la Diana dei Romani, celebre per la sua castità e per la sua tragica fine raccontata da Euripide. Gli artisti al servizio del cardinale giocarono su questa omonimia, intrecciando la glorificazione della famiglia con temi morali. Il giardino diventava così un ritratto allegorico del suo padrone, virtuoso come Ercole e casto come Ippolito.

Le fontane come teatro del mondo

La Fontana dell'Ovato raffigura le acque dei monti tiburtini che scendono verso la pianura; all'estremo opposto, la Rometta riproduce in miniatura la città di Roma, con il Tevere e l'isola Tiberina. Tra le due corre il viale delle Cento Fontane, che rappresenta simbolicamente i corsi d'acqua che dall'Appennino portano a Roma. Il giardino diventa così una geografia allegorica del territorio.

La Fontana dell'Organo, costruita a partire dal 1566 dai fontanieri francesi Luc Leclerc e Claude Venard, conteneva un organo idraulico che suonava grazie alla pressione dell'acqua e dell'aria. Era una meraviglia tecnica ispirata ai trattati antichi di Erone di Alessandria, che avevano descritto automi e strumenti mossi dall'acqua. La Fontana dei Draghi fu invece realizzata in occasione della visita di papa Gregorio XIII nel 1572, il cui stemma porta appunto un drago.

Iscritta nel patrimonio dell'UNESCO nel 2001, Villa d'Este affascinò viaggiatori e artisti per secoli. Franz Liszt vi soggiornò a lungo e le dedicò il brano per pianoforte Les jeux d'eaux à la Villa d'Este. Ascoltarlo dopo una visita aiuta a capire che il giardino era pensato per tutti i sensi, e che il mito vi scorreva insieme all'acqua.

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