Il Golem di Meyrink: Praga, il ghetto e il doppio dell'anima
Il romanzo di Gustav Meyrink del 1915: la leggenda del rabbino Löw, il ghetto di Praga, Athanasius Pernath e i simboli della cabala e della teosofia.
Nel 1915 l'editore Kurt Wolff di Lipsia pubblicò in volume Der Golem, un romanzo che aveva già cominciato a uscire a puntate sulla rivista Die weißen Blätter. Il suo autore, Gustav Meyrink, nato a Vienna nel 1868, aveva vissuto a lungo a Praga e ne conosceva bene le strade, le leggende e i circoli occulti. Il libro ebbe un successo enorme e divenne uno dei testi chiave della letteratura fantastica di lingua tedesca.
La leggenda del rabbino Löw
Secondo una tradizione ebraica diffusa in diverse versioni, un dotto può animare una figura d'argilla grazie alla potenza dei nomi divini. A Praga la leggenda fu legata al rabbino Jehuda Löw ben Bezalel, il Maharal, morto nel 1609, che avrebbe creato un golem per proteggere la comunità. È bene ricordare che il collegamento tra il Maharal e il golem è documentato solo in fonti molto più tarde, soprattutto ottocentesche.
Meyrink non racconta direttamente questa storia. Nel romanzo il golem è piuttosto una presenza che riappare nel ghetto ogni trentatré anni, un essere dal volto estraneo che entra in una stanza senza porte e incarna l'anima collettiva del quartiere. La leggenda diventa così un simbolo, non un semplice episodio di folclore da raccontare la sera.
Athanasius Pernath e il sogno
Il narratore si addormenta leggendo e si ritrova, in sogno, nei panni di Athanasius Pernath, incisore di gemme che abita nel vecchio ghetto ebraico. Pernath ha perso la memoria del proprio passato e la ritrova a poco a poco, attraverso incontri enigmatici: l'archivista Hillel, sapiente cabalista, sua figlia Mirjam, il rigattiere Aaron Wassertrum e lo studente Charousek. Ogni personaggio sembra custodire un frammento di verità.
Il romanzo è costruito come un percorso di risveglio. Pernath incontra il golem, che gli appare con il suo stesso volto, e comprende che quell'essere è il suo doppio, la parte di sé ancora oscura e inconsapevole. L'iniziazione, per Meyrink, non consiste nell'imparare formule, ma nel riconoscere e trasformare ciò che ciascuno porta dentro di sé.
Cabala, teosofia e alchimia
Meyrink si era avvicinato all'occultismo negli anni Novanta dell'Ottocento e aveva frequentato a Praga ambienti teosofici. Nel Golem mescola liberamente concetti della cabala, simboli dei tarocchi, immagini alchemiche e suggestioni orientali. Il risultato non è un trattato coerente, ma un mosaico personale: gli studiosi della tradizione ebraica hanno spesso notato che l'autore usava quei riferimenti con grande libertà.
Il golem sullo schermo
Il nome del golem divenne celebre anche grazie al cinema. Paul Wegener portò la leggenda sullo schermo in più film, il più noto dei quali, Der Golem, wie er in die Welt kam, uscì nel 1920. Quei film non sono però tratti dal romanzo di Meyrink: si ispirano direttamente alla tradizione del rabbino Löw, con il gigante d'argilla animato da una parola sacra.
Meyrink morì nel 1932 a Starnberg, in Baviera, dopo aver scritto altri romanzi esoterici come Il volto verde e L'angelo della finestra d'occidente, quest'ultimo dedicato alla figura di John Dee. Il Golem resta però la sua opera più viva, capace di trasformare una vecchia leggenda praghese in un racconto sull'identità e sulla ricerca di sé.