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Il giardino delle delizie di Bosch: eresie, alchimia e inferni musicali

Il trittico di Hieronymus Bosch al Prado: i tre pannelli, l'uomo albero, le ipotesi di Fraenger e le letture alchemiche, dalla corte di Nassau all'Escorial.

Al Museo del Prado di Madrid si conserva il trittico che più di ogni altro ha fatto parlare di eresie, alchimia e linguaggi segreti: Il giardino delle delizie di Hieronymus Bosch. Dipinto a olio su tavola, probabilmente nel primo decennio del Cinquecento, misura circa due metri di altezza per quasi quattro di larghezza ad ante aperte. Il pittore, nato Jheronimus van Aken intorno al 1450 a 's-Hertogenbosch, nel Brabante, vi morì nel 1516, lasciando un'opera che ancora oggi sfida gli interpreti.

Tre pannelli e un mondo chiuso

A trittico chiuso le ante esterne mostrano, in toni di grigio, la terra nel terzo giorno della creazione, racchiusa in una sfera trasparente. In alto a sinistra un piccolo Dio Padre osserva la scena, accompagnato da un versetto dei Salmi in latino: «Egli disse e furono fatte, egli comandò e furono create». Aprendo le ante si passa dal grigio a un'esplosione di colore. A sinistra c'è il Paradiso terrestre, dove Dio presenta Eva ad Adamo; al centro una folla di nudi gioca tra frutti giganti, uccelli e fontane; a destra si spalanca un inferno notturno.

L'inferno di Bosch è sorprendentemente musicale. Un liuto, un'arpa e una ghironda diventano strumenti di tortura, e sul corpo di un dannato è persino tracciato un rigo di note. Al centro domina l'«uomo albero», un corpo cavo che poggia su tronchi simili a barche e volge verso lo spettatore un volto malinconico, in cui alcuni hanno voluto vedere un autoritratto. Sulla destra un mostro dalla testa d'uccello, seduto su un alto seggio, divora i dannati e li espelle.

Le ipotesi esoteriche

Nel 1947 lo studioso tedesco Wilhelm Fraenger propose che il trittico fosse stato commissionato da una setta ereticale, i Fratelli del Libero Spirito detti anche Adamiti, e che il pannello centrale celebrasse un amore innocente e paradisiaco. La tesi ebbe grande fortuna presso il pubblico, ma è stata respinta dalla maggior parte degli storici: Bosch era membro stimato della Confraternita di Nostra Signora della sua città, un'associazione religiosa del tutto ortodossa.

Altri interpreti hanno letto il trittico in chiave alchemica. Le sfere di vetro, le ampolle, i recipienti trasparenti e le figure chiuse in gusci ricordano gli strumenti dei laboratori dell'epoca, e la sequenza dei pannelli è stata accostata alle fasi della trasmutazione. Anche questa lettura resta un'ipotesi: i simboli alchemici erano diffusi nella cultura figurativa del tempo e potevano servire a Bosch come immagini di fragilità e di vanità, più che come messaggi cifrati.

Da Bruxelles all'Escorial

Le prime notizie sicure collocano l'opera nel palazzo dei conti di Nassau a Bruxelles, dove la vide nel 1517 Antonio de Beatis, segretario del cardinale Luigi d'Aragona, che descrisse con stupore uomini, donne, uccelli e animali di ogni genere. Più tardi il trittico passò a Filippo II di Spagna, grande collezionista di Bosch, che nel 1593 lo fece portare all'Escorial. Il monaco José de Sigüenza, nel 1605, ne difese il valore morale, vedendovi una satira dei peccati e delle follie umane.

Il titolo con cui oggi lo conosciamo non risale a Bosch, ma agli inventari successivi. La sua fortuna moderna si deve in parte ai surrealisti, che vi riconobbero un antenato del sogno dipinto. Comunque lo si interpreti, come predica morale, enciclopedia di simboli o visione alchemica, il trittico resta una delle più potenti meditazioni pittoriche sul desiderio, sulla caducità dei piaceri e sul destino dell'anima.

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