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Goya e le streghe: dal Sabba per gli Osuna alle Pitture nere

Il caprone, i Capricci e la Quinta del Sordo: come Goya passò dalla satira illuminista sulla stregoneria alle visioni tragiche delle Pitture nere.

Francisco de Goya dipinse le streghe in due momenti molto lontani della sua vita. Negli anni Novanta del Settecento, pittore di corte affermato, le raffigurò per l'aristocrazia illuminata con un'ironia pungente. Tra il 1819 e il 1823, anziano, sordo e isolato, le fece tornare sulle pareti della propria casa in forme cupe e allucinate. Le due serie raccontano lo stesso tema con spiriti opposti e mostrano quanto profondamente fosse cambiato il suo sguardo sul mondo.

Il sabba per i duchi di Osuna

Tra il 1797 e il 1798 Goya eseguì sei piccoli dipinti sul tema della stregoneria per i duchi di Osuna, che li destinarono alla loro residenza di campagna presso Madrid, la tenuta nota come El Capricho. Il più celebre, Il sabba, oggi al Museo Lázaro Galdiano di Madrid, mostra un grande caprone nero incoronato di foglie, seduto sotto una luna pallida, circondato da donne che gli offrono bambini. In cielo volano pipistrelli.

I duchi, e in particolare la duchessa María Josefa Pimentel, frequentavano gli intellettuali illuministi e conoscevano la letteratura scettica sulla stregoneria. In quel contesto le scene di Goya non erano immagini di paura, ma satire contro la superstizione e contro i processi che l'Inquisizione aveva condotto per secoli. Il caprone, figura tradizionale del diavolo nel sabba, appare quasi teatrale, come una maschera dietro cui si nasconde la credulità.

Dai Capricci alla Quinta del Sordo

Nel 1799 Goya pubblicò i Capricci, ottanta acqueforti in cui streghe, folletti e demoni servono a denunciare l'ignoranza, il malcostume e gli abusi del potere. La tavola più famosa porta la scritta «Il sonno della ragione genera mostri» e mostra l'artista addormentato mentre gufi e pipistrelli si sollevano alle sue spalle. Altre stampe ritraggono streghe in volo sulla scopa o riunite nei loro convegni notturni.

Nel 1819 il pittore acquistò una casa di campagna sulla riva del Manzanarre, chiamata Quinta del Sordo dal soprannome di un precedente proprietario anch'egli sordo. Sulle pareti di due sale dipinse a olio quattordici scene che non erano destinate al pubblico e a cui non diede mai un titolo. Sono le cosiddette Pitture nere, così chiamate per i toni scuri dominati da neri, ocre e grigi.

Il Grande caprone e la folla smarrita

In una delle sale Goya rappresentò di nuovo un sabba, oggi noto come Il grande caprone: una folla di figure deformate, dalle bocche spalancate, ascolta in semicerchio un caprone visto di spalle, mentre una giovane donna siede in disparte con le mani nel manicotto. Nella stessa casa si trovavano il Saturno che divora un figlio, i Due vecchi che mangiano la minestra, il Pellegrinaggio a San Isidro e le Parche.

Qui la satira cede il passo a una visione tragica. Le streghe non sono più bersaglio di ironia illuminista, ma immagini di una folla smarrita e di un mondo in cui la ragione sembra non avere più potere. Molti studiosi collegano questa svolta alla malattia del pittore, alle devastazioni della guerra contro Napoleone e alla restaurazione assolutista di Ferdinando VII, che nel 1824 spinse Goya a trasferirsi a Bordeaux.

Dopo la morte dell'artista le pitture rimasero sui muri finché, tra il 1874 e il 1878, furono staccate e trasportate su tela per iniziativa del barone Émile d'Erlanger, che le donò poi allo Stato spagnolo. Oggi sono al Prado, mentre il piccolo sabba degli Osuna è al Lázaro Galdiano: a pochi chilometri di distanza, le due opere mostrano come uno stesso soggetto possa passare dalla critica sociale all'inquietudine più profonda.

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