La Nascita di Venere di Botticelli e le due Veneri di Platone
Esiodo, Poliziano e il De amore di Ficino: le fonti della Nascita di Venere di Botticelli e il significato filosofico della Venere celeste agli Uffizi.
Poche immagini sono riconoscibili quanto la dea nuda che approda su una conchiglia. La Nascita di Venere di Sandro Botticelli, dipinta a tempera su tela intorno alla metà degli anni Ottanta del Quattrocento e oggi agli Uffizi, è uno dei primi grandi dipinti mitologici del Rinascimento a porre al centro un nudo femminile di queste dimensioni. Il soggetto viene dall'antichità, ma il modo di intenderlo è profondamente legato alla filosofia fiorentina del tempo.
Il mito e le sue fonti
Il racconto più antico della nascita di Afrodite si trova nella Teogonia di Esiodo: la dea nasce dalla spuma sorta intorno ai genitali di Urano, gettati in mare da Crono, e approda prima a Citera e poi a Cipro. Un Inno omerico la descrive accolta dalle Ore, che la vestono di abiti divini. Botticelli segue da vicino questa tradizione: a sinistra Zefiro, abbracciato a una figura femminile, soffia sulla dea tra una pioggia di rose; a destra una delle Ore le porge un manto ricamato di fiori.
Fonte più vicina era Angelo Poliziano, che nelle Stanze per la giostra, dedicate a Giuliano de' Medici, aveva descritto un rilievo immaginario con la nascita di Venere: la dea su una conchiglia spinta dai venti, le Ore ad attenderla sulla riva. Le corrispondenze tra versi e dipinto sono così strette che molti studiosi pensano a un suggerimento diretto del poeta o della sua cerchia.
Le due Veneri di Platone
Nel Simposio di Platone il personaggio di Pausania distingue due Afroditi: una celeste, nata senza madre da Urano, e una volgare, figlia di Zeus e di Dione. Marsilio Ficino riprese la distinzione nel suo commento al dialogo, il De amore, composto nel 1469. La Venere celeste rappresentava per lui l'amore che contempla la bellezza divina, la volgare quello che genera bellezza nel mondo dei corpi.
La dea di Botticelli, nata dal mare e dal cielo senza genitori umani, si presta bene a essere letta come Venere celeste. La sua posa, con le mani che coprono il seno e il pube, deriva dal modello antico della Venere pudica, conosciuto a Firenze attraverso statue romane. Il nudo diventa così non un'immagine sensuale, ma un'idea: la bellezza che appare nel mondo come riflesso di un ordine superiore.
Una tela per una villa
Vasari, a metà Cinquecento, vide il dipinto nella villa medicea di Castello insieme alla Primavera, e da allora le due opere sono state spesso considerate una coppia. In realtà tecniche e probabilmente date sono diverse, e non è certo che siano nate per lo stesso ambiente. La scelta della tela, più leggera e meno costosa della tavola, era frequente per le decorazioni delle ville e potrebbe indicare una destinazione privata e domestica.
Anche il committente è incerto. Si pensa di solito alla cerchia di Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici, ma non esistono documenti che lo provino. La tela entrò negli Uffizi nel corso dell'Ottocento e divenne, con il tempo, un'icona universale della bellezza rinascimentale, al punto da essere riprodotta all'infinito e citata da artisti, illustratori e pubblicitari di ogni paese.
Guardata con gli occhi dei neoplatonici, la Nascita di Venere è il racconto di un'apparizione: il divino che prende forma visibile e tocca terra. I fiori, i venti e la luce chiara del mare non sono semplici ornamenti, ma parti di un linguaggio in cui il mito antico diventava filosofia. È questa unione tra immagine e pensiero ad aver reso la tela un punto di riferimento per chiunque studi l'esoterismo nell'arte.