I tarocchi Visconti-Sforza: un capolavoro della miniatura lombarda
Le 74 carte superstiti tra New York e Bergamo, Bonifacio Bembo, i trionfi di Petrarca e la nascita tarda del mito esoterico dei tarocchi.
Molto prima di diventare uno strumento di divinazione, i tarocchi furono un gioco di carte per le corti italiane del Quattrocento. Il mazzo più celebre di quell'epoca è quello detto Visconti-Sforza, realizzato a Milano intorno alla metà del secolo per la famiglia di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, sposati nel 1441. Le sue carte, dipinte a tempera su fondo d'oro, sono oggi considerate capolavori della miniatura lombarda.
Un mazzo disperso tra due città
Del mazzo originale, che doveva contare 78 carte, ne sopravvivono 74. Sono divise tra la Morgan Library & Museum di New York, che ne possiede la parte più consistente, l'Accademia Carrara di Bergamo e una collezione privata bergamasca. Mancano, tra le figure dei trionfi, il Diavolo e la Torre, e la loro assenza ha alimentato molte ipotesi, anche se probabilmente si tratta solo di perdite accidentali. Della stessa epoca esistono altri mazzi viscontei, come quello detto Cary-Yale, conservato alla Beinecke Library dell'Università di Yale.
Le carte misurano circa diciassette centimetri di altezza per nove di larghezza e sono realizzate con cartone spesso, dipinto e decorato con lamina d'oro e d'argento lavorata a punzone. Le figure indossano abiti di corte, e su molte compaiono gli emblemi delle due casate, come il sole raggiante, i tre anelli intrecciati e la colomba, insieme al motto «A bon droyt».
Bonifacio Bembo e la questione delle mani
La maggior parte delle carte è attribuita, sulla base dello stile, a Bonifacio Bembo, pittore cremonese attivo per gli Sforza. Sei carte, cioè la Forza, la Temperanza, la Stella, la Luna, il Sole e il Mondo, presentano però uno stile diverso e sono state assegnate a un altro artista, forse più tardo. Alcuni studiosi hanno proposto il nome di Antonio Cicognara, altri pensano a un collaboratore rimasto anonimo. Al Bembo sono attribuiti anche i ritratti di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti conservati alla Pinacoteca di Brera, utili per il confronto stilistico.
Trionfi, non profezie
Nel Quattrocento questi mazzi si chiamavano «carte da trionfi», e i trionfi erano le carte figurate che nel gioco prevalevano sulle altre. La serie comprende figure come il Bagatto, l'Imperatrice, l'Imperatore, il Papa, l'Amore, il Carro, la Ruota della Fortuna, il Vecchio, l'Appeso, la Morte e il Giudizio. Il loro ordine richiamava i cortei allegorici dei Trionfi di Petrarca, dove l'Amore è vinto dalla Pudicizia, questa dalla Morte e la Morte dalla Fama.
Solo nel Settecento, con l'erudito francese Antoine Court de Gébelin, nacque l'idea che i tarocchi custodissero un'antica sapienza egizia, e da allora furono usati sistematicamente nella cartomanzia e nell'occultismo. Il mazzo Visconti-Sforza, studiato a fondo nel Novecento, è stato a sua volta riletto in chiave esoterica, ma per i suoi committenti era un oggetto di lusso, di gioco e di celebrazione dinastica.
Guardate da vicino, le carte rivelano la cultura di una corte rinascimentale: le virtù cardinali, i simboli dinastici, le allegorie morali e cosmiche convivono con la moda e l'oreficeria del tempo. Per questo il mazzo Visconti-Sforza va considerato non solo l'antenato dei tarocchi moderni, ma un'opera d'arte a pieno titolo, testimone di come immagini nate per il gioco potessero condensare un'intera visione del mondo.