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La Porta Alchemica di Piazza Vittorio: l'ultimo resto di Villa Palombara

A Roma, nei giardini di Piazza Vittorio, sopravvive una porta coperta di simboli alchemici: storia del marchese Palombara, delle iscrizioni e della leggenda.

Tra gli alberi dei giardini di Piazza Vittorio Emanuele II, nel quartiere Esquilino di Roma, si alza una porta murata che non conduce da nessuna parte. Il suo stipite è coperto di simboli planetari e di iscrizioni latine, e ai lati due statue tozze e barbute sembrano montare la guardia. È la Porta Alchemica, detta anche Porta Magica, unico resto della villa che il marchese Massimiliano Savelli Palombara possedeva sul colle nel Seicento.

Il marchese e il circolo di Cristina di Svezia

Massimiliano Palombara, marchese di Pietraforte, era un nobile romano appassionato di alchimia e di letteratura ermetica. Frequentava l'ambiente raccolto attorno a Cristina di Svezia, la regina che, dopo aver abdicato e essersi convertita al cattolicesimo, si era stabilita a Roma e vi aveva allestito un laboratorio alchemico. In quel circolo si discuteva di chimica, di filosofia naturale e di testi rosacrociani. La porta reca la data 1680, e fu probabilmente uno dei vari ingressi decorati della villa.

Palombara scrisse anche un poemetto di argomento alchemico, rimasto manoscritto, che conferma il suo interesse per la Grande Opera e per il linguaggio simbolico dei filosofi ermetici. Le iscrizioni della porta si inseriscono in questa cultura e riprendono motti e immagini diffusi nei libri di alchimia del tempo, alcuni dei quali derivano da trattati stampati in Germania e nei Paesi Bassi nel corso del Seicento.

La leggenda del pellegrino

Una tradizione raccolta più tardi racconta che un misterioso pellegrino, ospitato nella villa, avrebbe cercato nei giardini un'erba capace di produrre l'oro. Il mattino seguente sarebbe scomparso attraverso la porta, lasciando dietro di sé alcune pagliuzze d'oro e un foglio pieno di simboli enigmatici, che il marchese avrebbe fatto incidere sulla pietra nella speranza che qualcuno li decifrasse. Il pellegrino è stato talvolta identificato con l'alchimista milanese Giuseppe Francesco Borri, ma il collegamento è un'ipotesi.

La leggenda ha tutti i caratteri del racconto esemplare: il sapiente straniero che appare e scompare, l'oro come prova della riuscita, il segreto affidato a chi saprà comprenderlo. Racconti simili circolavano in tutta Europa a proposito di adepti itineranti che avrebbero mostrato la trasmutazione davanti a testimoni illustri. Non va letta come cronaca, ma come parte della fortuna romantica della porta.

Simboli e custodi

I simboli incisi sulla porta rappresentano i pianeti associati ai metalli secondo la tradizione alchemica: Saturno al piombo, Giove allo stagno, Marte al ferro, Venere al rame, la Luna all'argento, Mercurio al mercurio. Accanto a ciascun segno compaiono motti latini che alludono alle trasformazioni della materia. Sul frontone, un disco con simboli geometrici e un'iscrizione evoca il drago delle Esperidi, custode del giardino magico.

Le due statue ai lati raffigurano il dio egizio Bes, protettore domestico, e non appartenevano alla villa. Furono collocate accanto alla porta nel 1888, quando il monumento venne smontato e ricomposto nei giardini, dopo la demolizione della villa per la costruzione del nuovo quartiere umbertino. Provenivano da scavi romani, forse dall'area del Quirinale.

Oggi la Porta Alchemica è uno dei luoghi più visitati dagli appassionati di Roma esoterica, e i suoi motti continuano a essere tradotti e commentati. Al di là dei misteri, è una testimonianza rarissima di come l'alchimia del Seicento non vivesse soltanto nei libri e nei laboratori, ma potesse farsi architettura e mostrarsi apertamente nel giardino di un nobile, come un enigma offerto ai passanti.

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