Il Faust di Murnau (1926): luce, tenebre e il patto con il diavolo
Emil Jannings come Mefistofele, le ali del demonio sulla città e le fonti del mito: analisi del Faust girato da F. W. Murnau per la UFA nel 1926.
Il mito del dottor Faust, il sapiente che vende l'anima al diavolo in cambio di conoscenza e piacere, aveva attraversato i secoli nei libri popolari, nei teatri di marionette e nelle grandi opere di Marlowe e Goethe. Nel 1926 approdò in uno dei film più ambiziosi del cinema muto tedesco: Faust – Eine deutsche Volkssage, diretto da Friedrich Wilhelm Murnau per la UFA, la maggiore casa di produzione della Germania di Weimar.
Le fonti: libro popolare, Marlowe e Goethe
Il sottotitolo, una leggenda popolare tedesca, chiarisce l'intento. La sceneggiatura di Hans Kyser non segue soltanto il Faust di Goethe, ma attinge anche alla Historia von D. Johann Fausten, il libro stampato a Francoforte nel 1587 da Johann Spies, alla tragedia di Christopher Marlowe e alla tradizione delle rappresentazioni di marionette. Il film comincia con una scommessa tra l'arcangelo e il demonio sull'anima di un uomo, motivo che Goethe aveva ripreso dal libro di Giobbe nel suo Prologo in cielo.
Faust è interpretato dall'attore svedese Gösta Ekman, che passa dal vecchio studioso curvo sui libri al giovane ringiovanito dal patto. Mefistofele è Emil Jannings, una delle grandi star dell'epoca, che ne fa una figura insieme terrificante e grottesca, cinica e burlona, vicina al diavolo comico dei misteri medievali. Margherita, Gretchen nel testo tedesco, è affidata alla giovane Camilla Horn.
La peste e le ali del demonio
La scena più ricordata mostra Mefistofele gigantesco che stende le sue ali scure sopra una città medievale, e da quel mantello si diffonde la peste. Per ottenerla Murnau e il direttore della fotografia Carl Hoffmann usarono modellini, nebbia artificiale, sovrimpressioni e un attento lavoro di luci. L'immagine riprende un'antica iconografia: il male come ombra che cala dall'alto e avvolge l'intera comunità.
Altrettanto celebre è l'evocazione del demonio a un crocevia, nella notte, all'interno di un cerchio magico tracciato a terra. Murnau non mostra un rito da imitare, ma costruisce un'atmosfera fatta di fumo, fiamme e figure che appaiono dal buio. È la versione cinematografica di una scena che il teatro popolare tedesco rappresentava da secoli con trucchi di botole e fuochi.
Un'opera sulla luce
Gli storici del cinema hanno spesso letto il Faust di Murnau come una meditazione sulla luce. Le scene sono costruite su forti contrasti, con raggi che attraversano la nebbia e volti che emergono dal buio come nei dipinti di Rembrandt. La lotta tra bene e male diventa lotta tra luminosità e ombra, e il finale affida all'amore il potere di vincere la dannazione, in linea con l'interpretazione goethiana.
Fu l'ultimo film tedesco di Murnau prima della partenza per Hollywood, dove avrebbe girato Aurora nel 1927. Il Faust del 1926 rimane un ponte tra tradizioni diverse: il libro popolare cinquecentesco, il dramma elisabettiano, il poema romantico e il nuovo linguaggio delle immagini. In esso la leggenda del mago tedesco trova forse la sua forma visiva più compiuta, e la figura di Mefistofele quella maschera di ironia e minaccia che il cinema successivo avrebbe imitato a lungo.