Il Golem di Paul Wegener: la leggenda di Praga sullo schermo
Dal rabbino Löw alla creatura d'argilla animata da una parola: come il film di Wegener del 1920 portò al cinema una delle leggende più antiche d'Europa.
Nella tradizione ebraica la parola golem indica una materia informe, ancora priva di compiutezza; nel Salmo 139 compare per indicare l'embrione. Col tempo divenne il nome di un essere d'argilla animato da un sapiente attraverso il potere delle lettere divine. All'inizio del Novecento la leggenda trovò nel cinema tedesco un interprete appassionato: l'attore e regista Paul Wegener, che le dedicò tre film tra il 1915 e il 1920.
Una leggenda tra mistica e folklore
Le radici dell'idea si trovano nella speculazione mistica sulle lettere e sui nomi divini, in particolare nel Sefer Yetzirah, il Libro della formazione, testo antico di datazione incerta che descrive la creazione del mondo attraverso le combinazioni dell'alfabeto ebraico. Nei commentari medievali, soprattutto nell'ambiente dei pietisti renani, compaiono descrizioni della creazione di un golem come esperienza contemplativa più che pratica.
La versione più famosa, che lega il golem al rabbino Judah Loew ben Bezalel, il Maharal di Praga morto nel 1609, si diffuse soprattutto nell'Ottocento attraverso raccolte di racconti popolari. Secondo la leggenda il rabbino plasmò un gigante d'argilla per proteggere la comunità del ghetto e lo animò con il nome divino; in alcune versioni sulla fronte era scritta la parola emet, verità, e cancellando la prima lettera restava met, morte.
I tre film di Wegener
Wegener girò un primo Der Golem nel 1915, ambientato nel presente, e una parodia, Der Golem und die Tänzerin, nel 1917; entrambi sono in gran parte perduti. Il film che conosciamo è Der Golem, wie er in die Welt kam, cioè Il Golem, come venne al mondo, del 1920, codiretto con Carl Boese. Wegener vi interpreta la creatura, con una parrucca a caschetto, il corpo massiccio e un passo pesante che diventerà un modello per molti mostri successivi.
Il film non deriva dal romanzo Der Golem di Gustav Meyrink, pubblicato nel 1915 e molto più vicino all'esoterismo iniziatico, ma dalla tradizione popolare. Mostra il rabbino che consulta gli astri, evoca uno spirito per conoscere la parola che dà la vita e colloca nel petto della creatura un amuleto a forma di stella. Sono invenzioni drammatiche, che non vanno confuse con pratiche reali della mistica ebraica.
Un ghetto di argilla e di luce
Le scenografie furono progettate dall'architetto Hans Poelzig, che costruì un ghetto immaginario fatto di case curve, tetti appuntiti e scale tortuose, quasi modellate a mano come l'argilla della creatura. La fotografia di Karl Freund, che lavorerà poi a Metropolis, illumina gli interni con fiamme e bagliori, dando alle scene di magia un'aria di laboratorio alchemico.
Il Golem di Wegener sta all'origine di un tema che il cinema avrebbe ripreso innumerevoli volte: la creatura costruita dall'uomo che sfugge al controllo del suo creatore. Da Frankenstein ai robot della fantascienza, la domanda resta quella posta dalla leggenda praghese, cioè fino a che punto il sapere umano possa imitare l'atto creativo senza esserne travolto. Ogni nuova tecnologia, sembra suggerire il film, porta con sé l'antica ambizione e l'antico timore del rabbino di Praga.