Il gabinetto del dottor Caligari e l'incubo espressionista
Scenografie dipinte, sonnambulismo e follia: storia e significato del film di Robert Wiene del 1920, manifesto del cinema espressionista tedesco.
Strade oblique, finestre a forma di lama, ombre dipinte direttamente sui fondali: chi vede per la prima volta Il gabinetto del dottor Caligari ha l'impressione di entrare in un quadro più che in un film. Diretto da Robert Wiene e uscito a Berlino nel febbraio del 1920, il film divenne il simbolo dell'espressionismo cinematografico tedesco e uno dei primi grandi esempi di cinema in cui il mondo visibile riflette lo stato dell'anima.
Una storia di ipnosi e di fiera
La sceneggiatura nacque dalla collaborazione tra Carl Mayer e Hans Janowitz e fu prodotta dalla Decla di Erich Pommer. Al centro c'è un imbonitore da fiera, il dottor Caligari interpretato da Werner Krauss, che esibisce un sonnambulo di nome Cesare, impersonato da Conrad Veidt. La figura del sonnambulo dominato dalla volontà altrui attingeva a un tema allora molto discusso: l'ipnosi, il magnetismo animale ereditato da Mesmer e la paura che una mente potesse essere guidata a compiere azioni contro la propria natura.
Il film introduce inoltre una cornice narrativa che modifica il senso dell'intera vicenda e lascia lo spettatore incerto su che cosa sia reale. Secondo le testimonianze successive di Janowitz, questa cornice non era prevista nel progetto originario e fu aggiunta durante la produzione; la questione è ancora discussa dagli storici, anche perché i ricordi degli autori furono messi per iscritto molti anni dopo.
Scenografie come stati d'animo
Le scenografie furono realizzate da Hermann Warm, Walter Reimann e Walter Röhrig, pittori e architetti legati agli ambienti artistici berlinesi. Invece di costruire ambienti realistici, dipinsero su tela luci e ombre, prospettive impossibili e muri che si piegano. La scelta aveva anche ragioni pratiche, in un periodo di scarsità di energia elettrica nel dopoguerra, ma divenne un linguaggio: il paesaggio diventava espressione della paura e dell'alienazione dei personaggi.
Anche i corpi degli attori partecipano a questa visione. Veidt si muove lungo i muri come un'ombra vivente, con il volto pallido e gli occhi cerchiati; Krauss, curvo e con il cappello a cilindro, sembra uscito da una stampa romantica. Il trucco pesante, i gesti rallentati e le didascalie decorate con caratteri irregolari completano un'opera in cui ogni elemento è stilizzato.
Letture e eredità
Nel 1947 il critico Siegfried Kracauer, nel libro Da Caligari a Hitler, interpretò il film come il riflesso di una società tedesca incline a sottomettersi a figure autoritarie. Lotte Eisner, nel suo studio L'écran démoniaque del 1952, lo collocò invece nella lunga tradizione romantica tedesca del doppio, del fantastico e del demoniaco, da E. T. A. Hoffmann in poi. Entrambe le letture hanno segnato il modo in cui il film è stato visto nel Novecento.
Il dottor Caligari è anche un'immagine moderna del mago: non più l'alchimista nel suo laboratorio, ma lo scienziato ciarlatano che usa la mente altrui come strumento. In lui si incontrano il prestigiatore di fiera e lo psichiatra, il ciarlatano e l'autorità. Per questo il film continua a parlare a chi studia il rapporto tra arte ed esoterismo: mostra come le antiche paure della possessione e del controllo occulto si siano trasferite, all'inizio del secolo, nel linguaggio della psicologia e del cinema.