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Nosferatu di Murnau: una sinfonia dell'orrore tra occultismo e peste

Il film del 1922 di F. W. Murnau, l'occultista Albin Grau e la causa con gli eredi di Stoker: storia del vampiro più inquietante del cinema muto.

Nel marzo del 1922, a Berlino, fu presentato con grande solennità un film dal sottotitolo eloquente: Nosferatu, eine Symphonie des Grauens, cioè una sinfonia dell'orrore. Lo dirigeva Friedrich Wilhelm Murnau, regista allora poco più che trentenne, e lo produceva una piccola casa appena fondata, la Prana Film. Il nome della società, preso da un termine sanscrito che indica il soffio vitale, rivela già l'interesse per l'occulto di uno dei suoi fondatori.

Albin Grau, produttore e occultista

Albin Grau, architetto, pittore e scenografo, era il direttore artistico della Prana Film e ne disegnò i manifesti e le scenografie. Era legato agli ambienti dell'occultismo tedesco e in seguito fu una figura di rilievo nella Fraternitas Saturni, loggia esoterica fondata a Berlino negli anni Venti. Secondo un racconto attribuito allo stesso Grau, l'idea di un film sui vampiri gli sarebbe venuta durante la guerra, ascoltando un contadino serbo che parlava di non morti; la storia non è verificabile e va presa come aneddoto.

Nel film compaiono segni di questo interesse: una lettera coperta di simboli misteriosi, un libro sui vampiri consultato dai protagonisti, un professore che studia le piante carnivore e i polipi come immagini della natura predatrice. Sono dettagli che collocano l'orrore dentro una visione del mondo in cui le forze occulte attraversano anche il regno naturale.

Un Dracula non autorizzato

La sceneggiatura, firmata da Henrik Galeen, era un adattamento non autorizzato del romanzo Dracula di Bram Stoker, pubblicato nel 1897. Per evitare problemi, i nomi furono cambiati: il conte divenne Orlok e l'ambientazione si spostò in una città tedesca del Nord, Wisborg. La vedova di Stoker, Florence, fece causa e ottenne in tribunale che le copie del film venissero distrutte. Fortunatamente alcune sopravvissero all'estero, permettendo i restauri successivi.

Il film introdusse un elemento destinato a grande fortuna: la morte del vampiro alla luce del sole, assente nel romanzo di Stoker, dove il conte può muoversi di giorno pur con poteri ridotti. Da allora l'idea che la luce del mattino distrugga il non morto è diventata parte dell'immaginario comune, al punto che molti la credono un elemento antico del folklore.

Paesaggi reali e ombre

A differenza di Caligari, girato interamente in studio con fondali dipinti, Nosferatu fu ripreso in gran parte in esterni, a Wismar, a Lubecca e nei Carpazi slovacchi, dove il castello di Orava divenne la dimora del conte. Murnau ottenne l'effetto soprannaturale con mezzi semplici: pellicola in negativo, riprese accelerate, sovrimpressioni e soprattutto le ombre, come quella celebre della mano che sale lungo una scala.

Max Schreck diede al conte un aspetto lontano dal seduttore aristocratico delle versioni successive: calvo, con le orecchie appuntite, le dita lunghissime e i denti da roditore. Il vampiro arriva per mare con i topi e porta con sé la peste, unendo la paura del non morto a quella antica delle epidemie che avevano devastato le città europee.

Nosferatu resta così un'opera in cui convergono il romanticismo nero, il folklore balcanico filtrato dalla letteratura e l'occultismo della Berlino weimariana. La sua forza non sta in effetti spettacolari, ma nella capacità di far sembrare il paesaggio stesso abitato da qualcosa di estraneo. Un secolo dopo la sua uscita, la silhouette di Orlok resta una delle immagini più riconoscibili della storia del cinema.

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