Il Dies irae, la melodia medievale che annuncia la morte
Dalla sequenza del XIII secolo ai poemi sinfonici e al cinema: come il Dies irae è diventato in musica il simbolo per eccellenza della morte e del giudizio.
Bastano quattro note discendenti perché molti ascoltatori pensino alla morte. È l'inizio della melodia gregoriana del Dies irae, il «giorno dell'ira», una sequenza latina del Medioevo che per secoli fu cantata nella messa dei defunti. Nessun'altra melodia liturgica ha avuto una fortuna così ampia fuori dalla chiesa. Compositori di ogni epoca l'hanno citata per evocare il giudizio, il sabba, la danza macabra, fino a farne una vera e propria firma sonora dell'aldilà.
Una sequenza del Duecento
Il testo del Dies irae è una poesia latina in strofe di tre versi rimati, che descrive il giorno del giudizio universale: il mondo ridotto in cenere, la tromba che chiama i morti, il libro in cui tutto è scritto, la supplica a Cristo per la salvezza. L'incipit riprende un passo del profeta Sofonia, che nella Vulgata definisce quel giorno come giorno d'ira, di angoscia e di tenebre.
La tradizione attribuisce la sequenza al francescano Tommaso da Celano, biografo di san Francesco, vissuto nel XIII secolo, ma l'attribuzione non è sicura. Il testo entrò stabilmente nella messa per i defunti con il Messale romano promulgato da Pio V nel 1570. Con la riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II fu tolto dalla messa funebre e conservato solo come inno facoltativo nella Liturgia delle Ore.
Testo messo in musica e melodia citata
Occorre distinguere due modi in cui il Dies irae è entrato nella musica colta. Il primo riguarda il testo: i compositori di messe da requiem, come Mozart nel 1791 o Verdi nel 1874, lo hanno messo in musica con melodie proprie, spesso drammatiche, senza riprendere il canto gregoriano. Il celebre Dies irae di Verdi, con i colpi della grancassa, ne è l'esempio più noto.
Il secondo modo riguarda la melodia gregoriana stessa, citata senza parole all'interno di brani strumentali. Qui la sequenza non è più preghiera, ma simbolo: basta il suo profilo riconoscibile per evocare la morte. Questo uso nasce in pieno romanticismo e ha avuto un'enorme diffusione. Il pubblico dell'Ottocento, che sentiva quel canto ai funerali, ne coglieva subito il significato.
Da Berlioz a Rachmaninov e al cinema
Il primo esempio celebre è il finale della Sinfonia fantastica di Berlioz, del 1830, dove il Dies irae, intonato dagli ottoni gravi, viene deformato in parodia durante un sabba di streghe. Liszt costruì sulla melodia l'intero Totentanz per pianoforte e orchestra, e Saint-Saëns la inserì nella Danse macabre del 1874.
Sergej Rachmaninov ne fu quasi ossessionato. La melodia compare nell'Isola dei morti del 1909, ispirata al quadro di Arnold Böcklin, nella Rapsodia su un tema di Paganini del 1934 e nelle Danze sinfoniche del 1940, la sua ultima opera. Nel cinema del Novecento il Dies irae è stato usato in molte colonne sonore, per esempio nei titoli d'apertura di Shining di Stanley Kubrick, nel 1980.
Il percorso del Dies irae mostra come un canto nato per la preghiera dei defunti sia diventato, attraverso l'arte, un linguaggio comune. Oggi molti lo riconoscono senza saperne il nome, e questo è forse il segno più evidente della sua forza simbolica. Anche dopo la sua uscita dalla liturgia, la melodia continua a vivere nelle sale da concerto e nei film.