Prospero nella Tempesta di Shakespeare: il mago che rinuncia ai libri
Ariel, Calibano e la verga spezzata: il mago della Tempesta tra magia rinascimentale, John Dee e il teatro come incantesimo che si congeda dal pubblico.
La Tempesta, scritta da William Shakespeare intorno al 1610-1611 e pubblicata nel Folio del 1623, è l'unica sua opera interamente costruita attorno a un mago. Prospero, duca di Milano spodestato dal fratello, vive su un'isola remota con la figlia Miranda e governa gli elementi grazie ai suoi libri e alla sua arte. Dalla tempesta iniziale, che fa naufragare i suoi nemici sulle coste dell'isola, tutta l'azione è guidata dalla sua volontà.
Un mago rinascimentale
Prospero non è uno stregone che stringe patti con il diavolo, come il Faust di Marlowe. È piuttosto un sapiente che ha trascurato il governo per dedicarsi agli studi segreti, e la sua magia appare come un'arte dotta, fatta di libri, di un mantello e di una verga. Il pubblico giacobita conosceva bene la distinzione, allora dibattuta, tra la magia naturale e filosofica, considerata lecita da alcuni autori, e la stregoneria demoniaca, condannata da tutti.
Alcuni studiosi del Novecento, tra cui Frances Yates, hanno suggerito che Prospero possa riflettere la figura di John Dee, il matematico e astrologo della regina Elisabetta, noto per i suoi esperimenti di comunicazione con gli angeli. Si tratta di un'ipotesi suggestiva ma non dimostrata: il testo non contiene riferimenti espliciti, e Prospero può essere letto anche come sintesi di un intero immaginario rinascimentale.
Ariel e Calibano
Accanto al mago vivono due creature opposte. Ariel è uno spirito dell'aria che Prospero ha liberato da un pino in cui l'aveva imprigionato la strega Sicorace, e che lo serve in attesa della libertà promessa. Calibano, figlio di Sicorace, è legato alla terra e alla materia, e vive la sottomissione con rancore. I due personaggi sono stati letti in molti modi: come elementi della natura, come aspetti dell'anima o, in epoca più recente, come immagini dei rapporti coloniali.
Nella tradizione della magia rinascimentale, il controllo degli spiriti era il segno supremo del sapere. Shakespeare mette in scena questa idea, ma ne mostra anche i limiti: Ariel obbedisce desiderando di andarsene, e il potere di Prospero suscita resistenza e risentimento. Anche Miranda e Ferdinando, i giovani innamorati, sono mossi dal mago come pedine, finché Prospero stesso non riconosce che l'arte non può sostituire la libertà e la compassione.
La rinuncia e il congedo
Nell'ultimo atto Prospero annuncia di voler spezzare la sua verga e affondare il suo libro più in profondità di quanto sia mai sceso uno scandaglio. Il mago rinuncia alla magia per tornare uomo tra gli uomini, perdonando i nemici invece di punirli. Poco prima, osservando la fine di uno spettacolo di spiriti, aveva detto che noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.
Molti critici hanno letto in questa rinuncia un congedo dello stesso Shakespeare dal teatro, anche se non fu la sua ultima opera e l'interpretazione resta tradizionale più che documentata. Nell'epilogo Prospero si rivolge al pubblico e chiede di essere liberato con un applauso. Il mago e l'attore coincidono: entrambi creano illusioni che durano lo spazio di una rappresentazione e poi si dissolvono, lasciando agli spettatori il compito di ricordarle.