Il teatro Nō e gli spiriti: fantasmi, maschere e sogni giapponesi
Kan'ami, Zeami e il mugen nō: come il teatro classico giapponese portò in scena fantasmi, spiriti posseduti e demoni con maschere di legno e musica.
Nel 1374, in un tempio di Kyoto chiamato Imagumano, il giovane shōgun Ashikaga Yoshimitsu assistette allo spettacolo di un attore di nome Kan'ami e di suo figlio, un ragazzo di circa dodici anni. Colpito dalla loro arte, prese entrambi sotto la sua protezione. Il ragazzo era Zeami Motokiyo, che sarebbe diventato il più grande teorico e autore del Nō, il teatro classico giapponese in cui i fantasmi e gli spiriti occupano un posto centrale.
Zeami e la bellezza dello yūgen
Zeami, vissuto all'incirca tra il 1363 e il 1443, scrisse numerosi drammi e una serie di trattati sull'arte dell'attore, il più noto dei quali è il Fūshikaden, composto all'inizio del Quattrocento. Al centro della sua estetica c'è lo yūgen, un concetto difficile da tradurre che indica una bellezza profonda, misteriosa e malinconica, percepita più che mostrata. Il Nō, con i suoi movimenti lentissimi e i suoi silenzi, cerca di suggerire ciò che sta oltre le parole.
Lo spettacolo unisce canto, danza, recitazione e musica di flauto e tamburi. Il protagonista, detto shite, indossa spesso una maschera di legno scolpita e dipinta, mentre il personaggio secondario, il waki, recita a volto scoperto. Le maschere, conservate dalle famiglie di attori per generazioni, sono considerate quasi oggetti dotati di vita, e l'attore le saluta con rispetto prima di indossarle.
Il mugen nō, teatro dei sogni
Molti dei drammi di Zeami appartengono al genere chiamato mugen nō, il Nō del sogno o delle apparizioni. La struttura è ricorrente: un viaggiatore, spesso un monaco buddhista, giunge in un luogo celebre e incontra una persona del posto che gli racconta la storia di quel luogo. Nella seconda parte la stessa persona riappare nel suo vero aspetto, come fantasma di un guerriero o di una dama del passato, e rivive davanti al monaco il momento cruciale della propria vita.
In Atsumori il fantasma è un giovane guerriero morto nella guerra tra i clan Taira e Minamoto; in Izutsu è una donna che danza indossando le vesti dell'amato perduto, specchiandosi in un pozzo. Il monaco ascolta e prega, e la preghiera offre allo spirito una possibilità di pace. La scena diventa così un luogo di incontro tra i vivi e i morti, in cui la memoria trova forma rituale.
Spiriti posseduti e demoni
Accanto ai fantasmi malinconici il Nō conosce anche spiriti più inquietanti. In Aoi no Ue, ispirato a un episodio del Genji monogatari, la dama Rokujō, tormentata dalla gelosia, perseguita la sposa del principe Genji come spirito vivente, staccatosi dal suo corpo. Nel finale lo spirito appare con la maschera hannya, il volto di una donna trasformata in demone dalla passione, con corna e bocca spalancata.
Anche lo spazio scenico conserva tracce sacre. Il palcoscenico è collegato agli spogliatoi da un lungo ponte, lo hashigakari, che gli interpreti spesso leggono come passaggio tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti. Sul fondo è dipinto un grande pino, che secondo la tradizione richiama un albero sacro del santuario di Kasuga a Nara. Nel 2008 il Nōgaku è stato inserito dall'UNESCO nella lista del patrimonio culturale immateriale dell'umanità.
Il Nō offre un modello di teatro molto diverso da quello europeo: non mira a stupire con effetti, ma a far percepire una presenza. I suoi fantasmi non spaventano, piuttosto chiedono ascolto. Per questo poeti e drammaturghi occidentali del Novecento, da W. B. Yeats in poi, vi videro un esempio di teatro capace di dare forma all'invisibile.