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Caravaggio e l'alchimia: il soffitto del cardinale Del Monte

Giove, Nettuno e Plutone nel Casino Ludovisi di Roma: l'unica pittura murale di Caravaggio, nel laboratorio alchemico del cardinale Del Monte.

Nel cuore di Roma, in un piccolo edificio superstite della villa che fu dei Ludovisi, si trova l'unica pittura murale nota di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Non è una scena sacra né un episodio di strada, ma un'allegoria mitologica dipinta sulla volta di un ambiente che il cardinale Francesco Maria Del Monte usava come laboratorio di distillazione. È la testimonianza più diretta del contatto del pittore con il mondo dell'alchimia.

Il cardinale e il suo laboratorio

Del Monte, rappresentante a Roma del granduca di Toscana, fu il primo grande protettore di Caravaggio, che ospitò nella sua residenza di Palazzo Madama verso la metà degli anni Novanta del Cinquecento. Uomo di gusti raffinati, collezionava dipinti, strumenti musicali e oggetti scientifici, e si interessava di medicina, farmacia e alchimia. Suo fratello Guidobaldo era un matematico di valore, in corrispondenza con il giovane Galileo Galilei.

Nel 1596 il cardinale acquistò una vigna con un casino presso Porta Pinciana e vi installò una distilleria per la preparazione di medicamenti e sostanze alchemiche. Fu probabilmente per la volta di questo piccolo ambiente che Caravaggio realizzò, intorno al 1597, un dipinto a olio direttamente sull'intonaco, tecnica insolita e rischiosa che spiega in parte perché l'opera sia rimasta un caso unico nella sua produzione.

Giove, Nettuno e Plutone

La composizione mostra tre divinità viste dal basso in uno scorcio audace: Giove con l'aquila, Nettuno con il tridente e Plutone accompagnato da Cerbero. Al centro, una sfera trasparente reca i segni dello zodiaco. Le tre figure sono state associate all'aria, all'acqua e alla terra, mentre il fuoco sarebbe evocato dalla luce della sfera; l'insieme rappresenterebbe così gli elementi che l'alchimista cercava di separare e ricomporre nei suoi alambicchi.

Alcuni studiosi hanno proposto una lettura più precisa, legata alla dottrina paracelsiana dei tre principi: Giove alluderebbe allo zolfo, Nettuno al mercurio e Plutone al sale. Secondo una tradizione molto diffusa, inoltre, Caravaggio avrebbe prestato il proprio volto a tutte e tre le divinità, ritraendosi allo specchio. È un dettaglio difficile da verificare, ma coerente con il suo frequente uso di modelli presi dalla vita reale.

La zingara e la mano

L'interesse di Caravaggio per le arti divinatorie emerge anche in un soggetto profano dipinto pochi anni prima, La buona ventura, di cui esistono due versioni, ai Musei Capitolini e al Louvre. Una giovane zingara legge la mano a un ragazzo ben vestito e, mentre lo guarda negli occhi, gli sfila con delicatezza l'anello dal dito. Giovanni Pietro Bellori, nel Seicento, raccontò che il pittore aveva fermato per strada una zingara per farla posare.

Il quadro non illustra una pratica magica, ma la mette in scena come commedia di costume: la chiromanzia diventa pretesto per un raffinato inganno. Lo stesso Del Monte acquistò I bari, scena di imbroglio al gioco delle carte dello stesso periodo, segno che questi soggetti piacevano ai collezionisti colti, attratti al tempo stesso dalla curiosità per le scienze occulte e dall'ironia verso chi vi si affidava ingenuamente.

Il soffitto, in un edificio oggi detto Casino dell'Aurora per l'affresco del Guercino in un'altra sala, rimase a lungo poco noto al grande pubblico. Restituisce però un'immagine di Caravaggio diversa da quella del pittore di taverne e di martiri: un artista inserito in un ambiente in cui scienza nascente, alchimia e collezionismo convivevano, e capace di tradurre in pittura le speculazioni di un cardinale sperimentatore.

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