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Il Faust di Gounod: Mefistofele sulle scene dell'Ottocento

Dal Théâtre-Lyrique del 1859 all'Opéra di Parigi: storia del Faust di Gounod, l'opera che fece di Mefistofele un beniamino del pubblico europeo.

Per buona parte dell'Ottocento, quando un europeo pensava al diavolo in teatro, pensava a Mefistofele in mantello rosso che canta sul palcoscenico del Faust di Charles Gounod. L'opera debuttò il 19 marzo 1859 al Théâtre-Lyrique di Parigi con un successo inizialmente contenuto, ma nel giro di pochi decenni divenne una delle più rappresentate al mondo. Il suo fascino nasceva dall'incontro tra la leggenda tedesca del patto diabolico e la sensibilità sentimentale e religiosa della Francia del Secondo Impero.

Dalla leggenda a Goethe, da Goethe a Parigi

La figura di Faust affonda le radici in un personaggio storico, un astrologo e negromante itinerante vissuto nella Germania dei primi decenni del Cinquecento, di cui si sa poco con certezza. Nel 1587 l'editore Johann Spies pubblicò a Francoforte la Historia von D. Johann Fausten, il primo libro popolare sul dottore che vende l'anima al demonio. Christopher Marlowe ne trasse una tragedia, e nel 1808 Goethe pubblicò la prima parte del suo Faust.

Gounod non lavorò direttamente su Goethe nella sua interezza. I librettisti Jules Barbier e Michel Carré si basarono soprattutto sull'episodio di Margherita, già adattato da Carré nel dramma Faust et Marguerite del 1850. Il risultato è una vicenda concentrata sull'amore, sulla seduzione e sulla colpa, più che sul problema filosofico della conoscenza.

Un diavolo elegante e ironico

Il Mefistofele di Gounod è un gentiluomo beffardo, che compare nello studio del vecchio Faust, gli mostra in visione l'immagine di Margherita e gli restituisce la giovinezza in cambio dell'anima. Nella scena della kermesse innalza un canto in lode del vitello d'oro, simbolo biblico dell'idolatria, e con un gesto fa sgorgare vino da una botte. Davanti alla croce delle spade che i soldati gli oppongono, però, arretra impotente.

Questa doppia natura, seducente e insieme sconfitta dal sacro, è il cuore teologico dell'opera. Il diavolo può tentare e ingannare, ma non ha l'ultima parola. È un'immagine rassicurante per il pubblico borghese dell'epoca, che poteva godere del brivido del male senza mettere in discussione l'ordine morale. Gounod, che in gioventù aveva pensato al sacerdozio, conosceva bene questo linguaggio religioso.

La notte di Valpurga e l'apoteosi finale

Già nel 1860 i dialoghi parlati erano stati sostituiti da recitativi; nel 1869, per l'Opéra di Parigi, Gounod aggiunse il balletto della notte di Valpurga. Nella tradizione popolare tedesca, la notte tra il 30 aprile e il primo maggio era quella in cui le streghe si radunavano sul Brocken, la vetta dello Harz; Goethe ne aveva fatto una scena celebre del suo poema. Gounod la trasforma in un'evocazione di cortigiane dell'antichità.

Il finale capovolge la logica del patto. Margherita, in carcere per aver ucciso il proprio figlio, rifiuta di fuggire con Faust e si affida a Dio. Una voce dall'alto la dichiara salva, e un coro di angeli accompagna la sua anima mentre Mefistofele resta sconfitto. È la stessa idea di redenzione che Goethe affida al celebre finale della seconda parte del poema.

Il Faust di Gounod non è l'interpretazione più profonda del mito, ma è quella che lo ha reso familiare a milioni di spettatori. Dopo di essa, il diavolo d'opera ha avuto per decenni il volto, la voce di basso e il sorriso ironico che Gounod gli aveva dato. Ancora oggi molte immagini popolari del demonio devono qualcosa a quel personaggio.

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