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Holst e I pianeti: una suite nata dall'astrologia

Da Marte a Nettuno, senza la Terra: perché Gustav Holst costruì I pianeti sui caratteri astrologici e non sull'astronomia, e come nacque la suite.

Ascoltando il ritmo implacabile di Marte o la luminosità festosa di Giove, molti pensano che I pianeti di Gustav Holst siano una descrizione musicale del sistema solare. In realtà il compositore inglese, nato a Cheltenham nel 1874 e morto a Londra nel 1934, non si ispirò all'astronomia ma all'astrologia. Ogni movimento della suite, composta tra il 1914 e il 1916, ritrae il carattere che la tradizione astrologica attribuiva a un pianeta, e non il corpo celeste in sé.

Un viaggio a Maiorca e i libri di Alan Leo

L'interesse di Holst per l'astrologia nacque, secondo le testimonianze, durante una vacanza a Maiorca nella primavera del 1913, in compagnia dello scrittore Clifford Bax, fratello del compositore Arnold Bax, che gliene parlò a lungo. Tornato in Inghilterra, Holst lesse i manuali dell'astrologo Alan Leo, molto diffusi in quegli anni negli ambienti teosofici londinesi, e iniziò a calcolare oroscopi per gli amici.

Da questi libri derivano in parte i sottotitoli dei sette movimenti: Marte, portatore di guerra; Venere, portatrice di pace; Mercurio, il messaggero alato; Giove, portatore di allegria; Saturno, portatore della vecchiaia; Urano, il mago; Nettuno, il mistico. Holst non aveva in mente un programma narrativo, ma un ritratto di stati d'animo e di forze psicologiche.

Perché manca la Terra

L'impostazione astrologica spiega anche alcune assenze. La Terra non compare perché, nell'oroscopo, è il punto da cui si osserva il cielo, non uno dei pianeti che vi agiscono. Il Sole e la Luna, che l'astrologia considera luminari, sono anch'essi esclusi. Plutone, infine, non poteva esserci: fu scoperto solo nel 1930, quando la suite era già celebre, e Holst non mostrò interesse ad aggiungerlo.

L'ordine dei movimenti non segue la distanza dal Sole. Holst apre con Marte, scritto in un ritmo di cinque tempi che conferisce alla marcia un andamento meccanico e minaccioso, completato secondo la tradizione poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale. Seguono la quiete di Venere e la leggerezza di Mercurio, prima del grande inno di Giove.

Saturno, Urano e il coro di Nettuno

Holst considerava Saturno il movimento più riuscito. Vi descrive l'avanzare lento della vecchiaia, con accordi oscillanti come il pendolo di un orologio, che si risolvono infine in una serenità luminosa. Urano, il mago, è uno scherzo grottesco aperto da quattro note solenni, quasi una formula d'incantesimo. Nella tradizione astrologica moderna Urano era associato agli eventi improvvisi e alle rivoluzioni.

Nettuno, il mistico, chiude la suite con un effetto allora nuovo: un coro femminile senza parole, collocato fuori scena, che ripete la stessa figura mentre la musica sfuma lentamente fino al silenzio. La prima esecuzione avvenne in forma privata il 29 settembre 1918 alla Queen's Hall di Londra, diretta da Adrian Boult. La suite completa fu presentata al pubblico nel 1920.

Holst coltivava anche un vivo interesse per la spiritualità indiana: studiò il sanscrito all'University College di Londra e mise in musica inni del Rigveda. I pianeti sono il frutto più famoso di questa curiosità per le dottrine antiche, tradotta in un linguaggio orchestrale moderno che ha influenzato generazioni di compositori.

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