Odilon Redon: dai «neri» del sogno all'esplosione del colore
Occhi-mongolfiera, Flaubert e la Tentazione di sant'Antonio, pastelli e fiori: la pittura visionaria di Odilon Redon, protagonista del Simbolismo.
Per i primi vent'anni della sua carriera Odilon Redon lavorò quasi solo in bianco e nero. Carboncini e litografie popolati da occhi giganti, ragni sorridenti e teste fluttuanti gli valsero la fama di pittore dell'incubo e del sogno. Poi, intorno al 1890, la sua opera si accese di colori brillanti, fiori e figure mitologiche. Questo doppio percorso fa di lui una delle figure chiave del Simbolismo e uno degli artisti più amati dagli scrittori del suo tempo.
Bordeaux, Bresdin e la botanica
Redon nacque a Bordeaux nel 1840 e trascorse l'infanzia nella tenuta familiare di Peyrelebade, nel Médoc, un paesaggio di lande e vigneti che restò per lui un luogo dell'anima. Decisivi furono due incontri. L'incisore Rodolphe Bresdin, artista eccentrico e solitario, gli insegnò l'acquaforte e la libertà della fantasia. Il botanico Armand Clavaud gli fece scoprire il microscopio, la vita delle piante e la letteratura dell'India antica.
I «neri» e il mondo invisibile
Nel 1879 Redon pubblicò il suo primo album litografico, Nel sogno, seguito da A Edgar Poe nel 1882 e da Le origini nel 1883. In queste tavole compaiono un occhio che sale verso il cielo come un pallone aerostatico, piante con volti umani, creature a metà tra l'embrione e il mostro. Le immagini non illustrano i testi ma li accompagnano, creando un dialogo di suggestioni.
Redon chiamava queste opere i suoi «neri» e attribuiva al nero un valore quasi spirituale, come colore essenziale dell'immaginazione. Tra il 1888 e il 1896 dedicò tre serie di litografie alla Tentazione di sant'Antonio di Gustave Flaubert, il libro in cui l'eremita del deserto è assalito da visioni di dèi, eresie e mostri. Nessun soggetto era più adatto al suo modo di dare forma all'invisibile.
Il colore e la luce
Dagli anni Novanta Redon passò al pastello e all'olio, scegliendo tinte vive e luminose. Dipinse Buddha, Orfeo, Pegaso, il carro di Apollo, vasi di fiori e profili femminili immersi in aure colorate. Nel dipinto Gli occhi chiusi, del 1890, oggi al Musée d'Orsay, un volto emerge dall'acqua con le palpebre abbassate, come raccolto in una contemplazione interiore. Fu tra le prime sue opere acquistate dallo Stato francese.
Tra il 1900 e il 1901 decorò la sala da pranzo del castello di Domecy, in Borgogna, con grandi pannelli di fiori e rami che sembrano anticipare l'arte astratta. Joris-Karl Huysmans lo aveva già celebrato nel romanzo Controcorrente, e i giovani pittori del gruppo dei Nabis, tra cui Maurice Denis, lo consideravano un maestro e un precursore.
Un mistico senza dottrina
Redon non aderì a sette né a ordini iniziatici, ma la sua opera attinge liberamente a buddismo, mitologia greca, cristianesimo, scienza naturale e letteratura fantastica. Nei suoi scritti autobiografici, raccolti dopo la morte nel volume A se stesso, descrisse la propria arte come un tentativo di mettere la logica del visibile al servizio dell'invisibile, unendo l'osservazione esatta della natura alla libertà del sogno.
Morto a Parigi nel 1916, Redon lasciò un'opera che i surrealisti avrebbero guardato con grande interesse. Proprio la sintesi tra osservazione microscopica e visione interiore, tra il nero della notte e il colore della rivelazione, lo rende uno dei pittori più moderni del suo secolo e un riferimento imprescindibile per chi studia l'esoterismo nell'arte.