La musica delle sfere, da Pitagora a Keplero
L'idea che i pianeti producano un'armonia inudibile attraversa duemila anni: da Pitagora e Platone a Boezio, fino all'Harmonices Mundi di Keplero.
Per più di duemila anni filosofi, teologi e astronomi hanno creduto che il cosmo fosse ordinato secondo le stesse proporzioni che governano la musica. I pianeti, ruotando, avrebbero prodotto un'armonia perfetta, che gli esseri umani non riescono a sentire. Questa idea, nota come musica o armonia delle sfere, nasce nell'antica Grecia e arriva fino alla rivoluzione scientifica del Seicento, dove contribuisce, in modo sorprendente, a una delle scoperte fondamentali dell'astronomia moderna.
Pitagora e i rapporti numerici
La tradizione attribuisce a Pitagora, vissuto nel VI secolo a.C., la scoperta che gli intervalli musicali consonanti corrispondono a rapporti numerici semplici: l'ottava a due a uno, la quinta a tre a due, la quarta a quattro a tre. Una leggenda raccontata da Nicomaco di Gerasa nel II secolo d.C., e ripresa poi da Boezio, narra che il filosofo avrebbe intuito queste proporzioni ascoltando i martelli di una bottega di fabbri. Il racconto è fisicamente inesatto, ma i rapporti sono corretti se applicati alle lunghezze di una corda vibrante.
Da questa scoperta i pitagorici trassero una visione del mondo in cui il numero è principio di tutte le cose. Se la musica è numero, e il cosmo è ordinato, allora anche il cielo deve essere musica. Aristotele, nel trattato Sul cielo, riferisce la loro risposta all'obiezione più ovvia: non sentiamo il suono delle sfere perché lo udiamo fin dalla nascita, senza mai poterlo confrontare con il silenzio.
Platone, Cicerone e Boezio
Platone diede all'idea una forma mitica memorabile. Alla fine della Repubblica, nel mito di Er, descrive il fuso della Necessità attorno a cui ruotano otto cerchi concentrici; su ciascuno siede una sirena che emette una sola nota, e dall'insieme nasce un'unica armonia. Nel Timeo l'anima del mondo è costruita secondo proporzioni musicali.
Cicerone riprese il tema nel Sogno di Scipione, dove l'Africano, rapito in cielo, ascolta il suono dolcissimo prodotto dal moto delle sfere. Il commento di Macrobio a questo testo trasmise l'idea al Medioevo latino. All'inizio del VI secolo Boezio, nel De institutione musica, distinse tre generi di musica: la musica mundana, cioè l'armonia del cosmo; la musica humana, l'accordo tra anima e corpo; e la musica instrumentalis, quella che si ascolta davvero.
Keplero e l'Harmonices Mundi
L'eredità pitagorica raggiunse il suo apice con Giovanni Keplero. Nel 1619 l'astronomo tedesco pubblicò a Linz l'Harmonices Mundi, l'armonia del mondo, in cui cercava nelle velocità dei pianeti i rapporti degli intervalli musicali. Confrontando la velocità angolare di ciascun pianeta nel punto più vicino e più lontano dal Sole, Keplero assegnò a ognuno una piccola melodia.
Alla Terra toccavano le note mi e fa, che egli lesse con amaro gioco di parole come miseria e fame. Nello stesso libro, tra queste speculazioni, Keplero enunciò la terza legge del moto planetario, che lega il periodo di rivoluzione alla distanza dal Sole. La ricerca di un'armonia mistica lo condusse così a una legge fisica tuttora valida.
Dopo Keplero la musica delle sfere uscì gradualmente dalla scienza, ma rimase viva nella poesia, nella filosofia e nella musica stessa. Compositori come Hindemith, che nel 1957 dedicò a Keplero l'opera Die Harmonie der Welt, hanno continuato a interrogarsi su quell'antico sogno di un universo sonoro. Anche il linguaggio comune ne conserva traccia, quando parliamo di armonia del creato.