La Tempesta di Giorgione: l'enigma più discusso della pittura veneziana
Il soldato, la zingara e il fulmine: storia della Tempesta di Giorgione, dalle note di Marcantonio Michiel alle radiografie e alle letture ermetiche.
Alle Gallerie dell'Accademia di Venezia è esposta una tela di dimensioni modeste, poco più di ottanta centimetri di altezza, che ha prodotto una delle bibliografie più vaste della storia dell'arte. La Tempesta di Giorgione mostra un paesaggio attraversato da un fulmine, un giovane in piedi con un'asta e una donna seminuda che allatta un bambino. Nessuno sa con certezza che cosa rappresenti, e forse proprio in questo risiede il suo fascino.
Un pittore quasi senza documenti
Giorgio da Castelfranco, detto Giorgione, nacque intorno al 1477 o 1478 e morì a Venezia nel 1510, probabilmente durante un'epidemia di peste. Di lui restano pochissimi documenti e un numero ristretto di opere attribuite con sicurezza. Vasari lo descrisse come un pittore di grande dolcezza, amante della musica, che lavorava spesso per collezionisti privati. Questa clientela colta, interessata a soggetti poetici e filosofici, spiega in parte l'oscurità di molti suoi dipinti.
La prima notizia della Tempesta si deve al veneziano Marcantonio Michiel, che nel 1530 la vide nella casa del patrizio Gabriele Vendramin e la annotò come «el paesetto in tela cum la tempesta, cum la cingana et soldato». Già allora, dunque, l'osservatore si limitava a nominare le figure senza spiegarle: una zingara e un soldato, in un piccolo paesaggio sotto un temporale.
Il segreto sotto la pittura
Le radiografie eseguite nel Novecento hanno rivelato che, al posto del giovane a sinistra, Giorgione aveva dipinto in un primo momento una donna nuda seduta, forse intenta a bagnarsi nel ruscello. Il pittore cambiò dunque idea durante il lavoro, sostituendo una figura con un'altra. Per alcuni studiosi questo dimostra che il soggetto non seguiva un testo preciso; per altri indica solo un ripensamento compositivo all'interno di un programma già stabilito.
Le interpretazioni
Le proposte sono decine. La scena è stata letta come un episodio biblico, ad esempio Adamo ed Eva dopo la cacciata con il piccolo Caino; come un mito classico, con riferimenti all'infanzia di Paride; come un'allegoria in cui il giovane rappresenterebbe la Fortezza e la donna la Carità. Altri hanno pensato a un'allusione politica alla città di Padova, perché su un edificio sembra comparire il carro, emblema dei Carraresi che l'avevano governata.
Non sono mancate letture ermetiche e alchemiche. Il fulmine, le colonne spezzate, l'acqua che separa le due figure e la coppia maschile e femminile sono stati interpretati come simboli dell'unione degli opposti, tema centrale della tradizione alchemica. Si tratta di ipotesi suggestive ma non documentate: nessuna fonte collega Giorgione a circoli alchemici, anche se la Venezia del primo Cinquecento era un grande centro di stampa di testi filosofici e scientifici.
Il paesaggio come protagonista
Al di là dei significati nascosti, la Tempesta segna una svolta: è tra i primi dipinti veneziani in cui il paesaggio e la luce atmosferica diventano il vero soggetto del quadro. Il cielo verdastro, il lampo improvviso e gli alberi agitati creano uno stato d'animo più che un racconto. Questa capacità di suggerire senza spiegare sarà raccolta da Tiziano e, secoli dopo, ammirata dai romantici.
La Tempesta rimane un enigma aperto, e ogni generazione di studiosi vi ha proiettato le proprie domande. In questo senso è un'opera esemplare per chi si interessa al rapporto tra arte e conoscenza nascosta: insegna che il mistero può nascere tanto da un significato perduto quanto dalla scelta di un pittore di parlare per immagini, lasciando allo spettatore il compito di completare il senso.